Proverbi, detti gnomici e altre storie

Ripensando alla mia vita e a come si sono formate in me le convinzioni morale che la sostengono, devo ammettere una cosa ovvia: alcune degli atteggiamenti più profondi nei confronti del mondo, degli altri e di me stesso si sono radicati nella mia coscienza ben prima che io cominciassi a studiare filosofia. Hanno anzi preso dimora nelle stanze della mia personalità quando ero solo un bambino, attraverso l’esempio e la parola dei miei genitori e in generale dei miei parenti, in particolare mia nonna. Voi a questo punto direte: si chiama educazione, sciocco!, ed è il modo in cui tutti noi siamo «venuti al mondo», non in senso fisico ma etico e umano nel significato più ampio del termine. Certo. Io qui però vorrei notare che l’ossatura di questo insegnamento era composto da una costellazione tutto sommato non particolarmente ricca di proverbi ed espressioni gnomico-sapienziale. Anche in questo non c’è nulla di sorprendente, mi si dirà: non puoi discutere della Critica della Ragion pratica con un bambinetto di quattro anni, non puoi far altro che usare parole semplici per cercare di dire cose complicate che forse capirà un giorno. Con un bambino in età prescolare in effetti non puoi «argomentare» nel vero senso della parola (a volte non ci riesci nemmeno con gli adolescenti: e certo molte signore salteranno su a sostenere che non è possibile farlo nemmeno con gli adulti – maschi, sottolineeranno). La forma comunicativa che spontaneamente i miei hanno seguito era quella tipica delle società oraliste (nella terminologia di Ong e della scuola di Toronto): e devo dire che ha funzionato. Con tutti i limiti tipici di questo tipo di comunicazione, i proverbi e le proposizioni gnomiche che mi sono state ripetute così ossessivamente mi sono entrate talmente sotto la pelle che le ricordo perfettamente ancora oggi, anzi: hanno effettivamente plasmato il mio modo di vedere il mondo.

Ora vorrei fare io una domanda ai giovani leoni che eventualmente leggeranno queste righe: anche oggi la formazione etica passa per una raccolta di proverbi e/o frasi gnomiche tramandate dalla generazione precedente? Avete dei proverbi cui rivolgervi nel momento del bisogno, quando la decisione preme e voi dovete scegliere e non sapete che pesci pigliare? Non è possibile (e qui passo a un livello ulteriore) che una delle strategie per carenare lo scafo malandato assai della nostra società italiana di oggi sia quello di tornare a insegnare/tramandare una pattuglia ben scelta di proverbi semplici ed elementari, così semplici che mezzo secolo fa li poteva capire anche un bambino di quattro anni senza smartphone né internet e che quindi, sperabilmente, sono alla portata anche dei ben più evoluti millennians?

Intendo adesso proporre un catalogo essenziale di questa sapienza gnomica («popolare» direbbe qualcuno con una punta di snobistico senso di superiorità, ma a mio parere sarebbe davvero una valutazione riduttiva), invitando tutti a estenderlo (completarlo mi sembra eccessivo).

Guardare e non toccare è una cosa da imparare. Era una frase ripetuta quasi ossessivamente durante le visite ai negozi di giocattoli, in particolare al mitico Cagnoni di corso Vercelli (chiedo scusa ai non milanesi, questo è un piccolo omaggio a un luogo che ha fatto sognare molte generazioni di bambini della mia città). Adesso so che, imponendo la posticipazione della soddisfazione del desiderio di mettere le mani su quei giocattoli scintillanti, rafforzava il principio di realtà contro il principio del piacere: ci sono cose che non si possono avere, e la tua vita va avanti benone lo stesso. Si potrebbe parlare a un bambino di quattro anni in questo modo? Naturalmente no. Il proverbio invece, come un «farmakon» epicureo, è facile da ricordare e può essere ripetuto come un mantra fin quando non penetra sotto pelle, sostenuto com’è dall’autorità affettuosa di chi lo pronuncia.

Chi fa da sé fa per tre. Come dire: non ti aspettare che siano gli altri a risolvere i tuoi problemi. Non stare seduto lì ad aspettare che qualcuno ti dia un lavoro: il «diritto al lavoro» di cui parla la Costituzione italiana non va inteso nel senso che qualcuno ha il «dovere di fornirti un lavoro», così che tutto quello che devi fare è starnazzare davanti a qualche porta per farti assumere. Molti anni dopo avrei imparato che «quisque faber fortunae suae», ma a quattro anni il proverbio era più che sufficiente per inculcarmi che nella vita dovevo darmi da fare in prima persona, punto e basta.

I soldi non crescono sugli alberi. Nessuno ti da niente per niente: in che mondo vivi? Solo il lavoro ti mette in condizione di avere quello che vuoi, attraverso la mediazione di quell’oggetto abbastanza misterioso nel suo funzionamento che è il denaro. Perciò non lamentarti e datti da fare, ancora una volta. Inoltre, il denaro ha un valore che gli deriva proprio dal fatto di essere stato guadagnato con fatica, e va rispettato (e quindi non scialacquato in spese inutili) non per quello che è in sé, ma perché in qualche modo rappresenta questo sforzo prolungato nel tempo (per compiere il quale, di nuovo, qualcuno ha dovuto rinunciare a soddisfare i propri desideri immediati).

Chi rompe paga e i cocci sono suoi. Altra frase sempre ripetuta a corollario di ogni marachella finita male, e che col tempo creava il senso di responsabilità nei confronti delle proprie azioni. Si può anche osare, si può anche rischiare, ma bisogna aver chiaro che le azioni hanno delle conseguenze alle quali non si può sfuggire. Certo, qui c’era una qualche ambiguità: non si ponevano di per sé dei limiti o dei divieti, si sottolineava solo che se quello che avevamo fatto finiva male, avremmo dovuto pagare, in qualche modo. Non basterebbe applicare la saggezza di mia nonna a un bel numero di comportamenti di oggi per raddrizzare la situazione nel nostro paese?

Madamin, il catalogo… non è finito: chi ha qualche proverbio da aggiungere?

Annunci

Una riflessione sul lavoro umano

“Anziché enfatizzare la quantità delle esigenze umane, sarebbe meglio concentrarsi sulla loro qualità. Gli esseri umani hanno bisogni economici che possono essere soddisfatti soltanto da altri esseri umani, e ciò rende meno probabile che facciamo la fine dei cavalli.”

Questa la chiusa e la sintesi dell’articolo apparso sulla Nuvola del Corriere.it
http://nuvola.corriere.it/2015/12/11/lempatia-salva-il-lavoro-umano/

Difficile negarlo: tuttavia, puntare sulla “qualità” del lavoro, ovvero anche solo sul valore che l’empatia può offrire, implica un lungo allenamento, anzi, un vero e proprio addestramento.
Non è che comportandosi esclusivamente in base all’istinto noi realizziamo rapporti umani migliori, o anche solo accettabili. Certo un cameriere umano ci appare più friendly di qualsiasi robot, ma non è affatto detto che sappia mettere in pratica un comportamento gentile. Molti negozianti, soprattutto nella provincia, per tanto tempo hanno pensato di avere il diritto di praticare prezzi più alti di quelli della grande distribuzione in nome di una maggiore “umanità” nel rapporto di vendita: mentre in realtà trattavano i clienti in modo quasi sprezzante, senza fornire nessun plus in più rispetto alla grande distribuzione. E sono stati spazzati via.

Riuscire ad avere empatia con l’altro è il frutto di un lungo lavoro su se stessi; forse non è neppur possibile raggiungere risultati significativi in una sola generazione, ma bisogna essere il punto di arrivo (meglio, di transito) di molte generazioni di persone che hanno lavorato sempre nella stessa direzione. Non lo so. Ma certo non potremo pensare, nemmeno in futuro, di poterci sdraiare su una spiaggia e lasciare che tutto venga a noi, senza che noi si debba fare nessuna fatica.