Leggere al tempo di internet

Il generico problema dello “studiare al computer” porta con sé alcune domande solo apparentemente banali. Cosa vuol dire, in realtà, “leggere”? Cosa facciamo, realmente, quando studiamo? Che cosa è effettivamente un computer, o meglio il suo monitor, che è l’interfaccia con la quale comunichiamo con lui (ovvero lui comunica con noi)?

Una delle obiezioni più forti alla reale diffusione dell’impiego dei computer nella didattica è che “non si può studiare al computer”

Libro, testo, pagina e foglio

Il libro tradizionale va studiato con attenzione perché se è rimasto immutato per oltre cinquecento anni significa che assolve in modo adeguato alle sue funzioni. La tesi che intendo sviluppare è che una parte del suo duraturo successo si basa sul fatto che esso rispetta e anzi sfrutta fino in fondo le leggi gestaltiche della percezione.

Nell’oggetto-libro possiamo distinguere tre aspetti: il testo, la pagina e il foglio.

Chiamo “testo” l’insieme delle proposizioni in cui si articola il discorso; è il complesso dei significati che vengono trasmessi attraverso gli enunciati che l’autore ha formulato scrivendoli uno dopo l’altro per realizzare un ragionamento, una descrizione, un sentimento. Il testo idealmente fluisce dall’inizio alla fine in un tutto unico (o, al massimo, con le macro-segmentazioni previste dal suo autore che lo ha articolato in capitoli e paragrafi).

La “pagina” è ciò che viene fisicamente percepito del testo: una singola frazione del testo organizzata secondo uno schema percettivo chiuso. È l’insieme della parole che possono essere stampate sulla facciata di un foglio e che per ciò stesso vengono staccate e isolate sia dalle parole stampate sulle facciate precedenti e successive, sia dallo sfondo percettivo costituito per esempio dalla scrivania su cui il libro è appoggiato, piuttosto che dalle pareti della stanza (se tengo il libro a livello degli occhi). La pagina rappresenta graficamente un “blocco” rettangolare di parole, orientate quasi sempre in senso verticale, che vanno lette rigorosamente in un senso solo (da sinistra a destra e dall’alto verso il basso, nel mondo occidentale).

Il “foglio” infine è il supporto fisico cartaceo su cui vengono disposti i segni grafici.

Ssalvo casi eccezionali, quindi, il testo non è mai compreso in un unico foglio1

Come si muovono gli occhi su un foglio stampato?

In teoria, un qualsiasi testo “gutemberghiano” obbliga (dovrebbe obbligare) l’occhio a un percorso univoco e lineare, da sinistra a destra e dall’alto in basso, simile alla scansione di un pennello elettronico che esplori una superficie. Io non so se sono stati effettuati studi sperimentali sul movimento dei bulbi oculari di un soggetto immerso nella lettura di un libro. Sarebbe molto interessante fare un raffronto con quelli realizzati da Nielsen sui movimenti oculari dell’utente di siti intenet. Già nel 1997, alla domanda “How do people read on internet?” la risposta di Nielsen era: “They don’t”: le persone sulla Rete “non leggono”, perlomeno non leggono nel senso tradizionale del termine.

Questa constatazione empirica fa nascere evidentemente molte perplessità sulla possibilità di usare i mezzi informatici come strumenti didattici efficaci, dal momento che qualsiasi insegnante si aspetta che lo studente legga e studi tutti i contenuti della pagina, e non solo alcuni, o perlomeno si aspetta che i contenuti che vengono memorizzati siano scelti in base criteri logici e contenutistici.

Resta, anche a livello vissuto e percepito, un atteggiamento diverso nei confronti dello schermo e della carta stampata

Alcune considerazioni legate alla Gestalt

Lo schermo del computer è a sviluppo orizzontale, la pagina a sviluppo verticale (anche se le proporzioni approssimativamente sono le stesse): di conseguenza la pagina sul monitor tende a dilatarsi verso destra anziché verso il basso.

Questo è dovuto non solo all’origine tecnica del monitor (che nasce dalla primitiva tecnologia dei televisori) ma anche (nei portatili) alla necessità di avere una tastiera piuttosto larga (lo sviluppo in larghezza piuttosto che in altezza della tastiera è a sua volta dovuto alla necessità di offrire quante più tasti possibili alle dita, e questo fatto mi pare conclusivo)

Infine, il monitor è luminoso (come il televisore) e risplende di luce propria. Questa caratteristica, unita all’effetto linea chiusa, isola e stacca i contenuti che appaiono all’interno rendendoli letteralmente “cose di un altro mondo”, qualitativamente diverse dagli oggetti che stanno a lato del monitor (o della televisione). Lo spettatore / utente o è nel mondo delimitato dalla linea chiusa del monitor o è fuori. La consistenza ontologica dei mondi virtuali, la loro credibilità e la loro capacità di persuasione si basano su questa dinamica.

Questa “differenza ontologica” serve forse a spiegare la difficoltà percepita nello studiare a computer. Lo “studio” infatti è una serie di operazioni che hanno lo scopo di interiorizzare i contenuti che devono “diventar propri” della coscienza che sta studiando.

L’interiorizzazione si avvale di una serie di pratiche, tra cui le più diffuse e comuni sono:

  1. la ripetizione mnemonica dei vocaboli o delle frasi,

  2. la sostituzione di parole complesse con altre più semplici o con le loro definizioni,

  3. la individuazione delle parti del discorso meno significative,

  4. la sottolineatura del testo,

  5. la sua parziale riscrittura su un foglio a parte.

Il foglio di carta presenta già un effetto di linea chiusa che “raccoglie in unità” e fa esistere, staccandola dallo sfondo e dal contesto, l’entità “pagina”. Tuttavia esiste anche una continuità “fisica” tra il foglio e gli altri oggetti che posso toccare e che si accampano accanto al foglio. Io tocco il foglio di carta nello stesso modo con cui tocco la matita o il tavolo: si tratta di una percezione diretta, letteralmente “sulla punta delle dita”. La mia capacità di interagire col foglio di carta è la stessa che ho di interagire con qualsiasi altro oggetto: lo prendo in mano, lo giro, lo piego, ci scrivo sopra, lo sottolineo.

Il testo elettronico invece ha bisogno dell’intermediazione della macchina (viene generato in tempo reale dal software) che a sua volta ha bisogno della tastiera per essere comandata e guidata. Due livelli di mediazione, quindi, che rendono il rapporto con il testo elettronico molto più astratto e “cervellotico” di quanto non sia quello con il testo su una pagina di carta.

La pagina (intesa come l’insieme dei segni grafici, di solito neri, organizzati secondo un certo schema grafico) finisce per coincidere con il foglio e per essere confuso con esso: su un foglio esiste una e una sola pagina del testo (l’insieme dei significati veicolati dai segni grafici della pagina). Il testo assume la stessa consistenza della pagina e sembra coincidere quindi con la somma dei fogli: il numero dei fogli “visualizza” in modo immediato il numero delle “pagine” di cui è composto il testo.

Il libro come supermappa

L’oggetto fisico (il libro costituito da fogli di carta) acquista in modo inaspettato, grazie alla sua consistenza ontologica, delle caratteristiche particolari: per esempio diventa esso stesso una sorta di “mappa” e di “simbolo” dell’oggetto non fisico che contiene (il testo inteso come insieme di significati articolati in proposizioni, ragionamenti e/o discorsi di vari generi).

La posizione della pagina nella sequenza dell’oggetto “libro”, infatti, ci fornisce già un’indicazione del ruolo che gioca la pagina all’interno del testo: ci aspettiamo per esempio che nelle prime pagine ci sia una “introduzione” al tema che verrà trattato in seguito, mentre nelle ultime ci sarà una conclusione. Le premesse di un ragionamento dovranno essere pubblicate in una pagina precedente a quella in cui viene presentata la conclusione; viceversa, se un certo passaggio appare su una certa pagina, noi abbiamo già un forte indizio per supporre che ciò che incontreremo nella pagina successiva sia una conseguenza di quello che stiamo leggendo sulla pagina di prima. Un libro in formato tascabile e con poche pagine verrà a colpo d’occhio pre-compreso come un testo semplice e relativamente poco complesso, mentre un massiccio e pesante tomo verrà istintivamente considerato con un po’ di apprensione e di diffidenza come un “mattone” di difficile interpretazione.

Dal punto di vista dello studio questa funzione di “supermappa” gioca un ruolo importante quando si tratta di memorizzare la struttura a grandi linee del testo: ricordarsi se un certo passaggio o anche un certo capitolo si trova all’inizio del libro piuttosto che in mezzo o alla fine aiuta a ricostruire il ruolo che il testo in esso contenuto svolge all’interno dell’opera nel suo complesso.

Tutto ciò manca al testo nel formato elettronico (e a maggior ragione all’ipertesto elettronico), dato che esso è accessibile solo attraverso la “finestra” rappresentata dal monitor, che rimane sempre uguale a se stessa e che non fornisce alcuna indicazione sull’importanza e sulla consistenza del testo che sta visualizzando. È impossibile, dall’osservazione del monitor, sapere se siamo di fronte a un testo lungo o breve, se siamo all’inizio o alla fine, quanto manca al termine.

Negli ipertesti si è cercato di ovviare almeno in parte a questo problema con il sistema delle “briciole di pane” (pathcrumble), una funzionalità in grado di indicare per ciascuna pagina web la sua posizione all’interno della struttura ad albero dell’ipertesto.

Tuttavia questo sistema è ancora troppo povero di informazioni, dato che non fornisce alcuna indicazione sul rapporto tra la pagina web attiva e le altre pagine web potenzialmente collegabili ad essa.

Il testo scorre, i fogli no

La segmentazione imposta dalla struttura dell’oggetto libro (in quanto composto di fogli) non è assoluta e non è nemmeno prevalente. Il testo è un tutto continuo, che “scorre” idealmente con la stessa fluidità del discorso parlato.

Le pagine trapassano le une nelle altre anche solo per il fatto che il discorso che si sta svolgendo nelle ultime righe del foglio si completa nel foglio (o nella facciata) successiva, e ciò ci spinge a girare i fogli per avere sotto gli occhi le conclusione del discorso.

I fogli invece rappresentano dal punto di vista percettivo delle discontinuità perché sono oggetti chiusi in se stessi, che di per sé non rimandano ad altro. È il testo che si srotola da un foglio all’altro e che in qualche modo “tiene legati” i fogli insieme.

Questa contrapposizione tra la scorrevolezza del testo e la segmentazione dei fogli scompare o almeno tende a scomparire quando il testo viene presentato in formato elettronico.

Lo schermo del monitor non coincide con il foglio di carta perché su di esso non solo può apparire un numero illimitato di pagine, ma soprattutto perché il passaggio da quello che nel libro tradizionale è una pagina alla pagina successiva non c’è: la medesima superficie, il medesimo “oggetto”, viene abitato senza soluzione di continuità dal testo che scorre in modo continuativo.

Il testo, si dice anche significativamente a livello di linguaggio corrente, “scorre” dal basso verso l’alto in modo continuo e uniforme, una caratteristica sfruttata e amplificata da artifici tecnici come la rotellina dello scroller sui mouse. La “pagina” nel senso tradizionale del termine tende a scomparire. È perfettamente ipotizzabile la possibilità di far scivolare in modo uniforme e continuo nella “finestra” percettiva rappresentata dal monitor un testo anche molto lungo (possibilità resa reale da una specifica funzione di alcuni programmi come Acrobat Reader) Si potrebbe dire che nel monitor esiste solo il testo, non la pagina (oppure, se proprio si vuole, che nel monitor esiste una sola pagina lunga quanto il testo)

L’identità tra “foglio” e “pagina” quindi è rotta perché un unico “foglio” elettronico (ossia il monitor) può ospitare l’equivalente di infinite “pagine” cartacee. L’oggetto che abbiamo davanti non può più fungere da guida, da mappa, da modello per il testo che contiene.

Mancando la discontinuità, per quanto debole, del foglio che deve essere girato per proseguire la lettura, il testo tende a ritornare al “volumen” degli antichi, ossia qualcosa che si srotola sotto i nostri occhi in modo continuo

Anche se gli editor di testo segnalano delle “interruzioni di pagina” , si tratta di stacchi puramente potenziali, dato che si limitano ad anticipare vagamente l’effetto che avrebbe la trascrizione del testo dalla versione elettronica a quella cartacea. Il testo elettronico è continuo e potenzialmente infinito.

Con un libro si può “voltare pagina”, con un computer no. In realtà infatti “voltare pagina” significa “voltare foglio”, ossia girare fisicamente uno dei componenti materiali dell’oggetto libro. La segmentazione fisica dell’oggetto libro si trasla in modo automatico al testo, che quindi risulta diviso in unità di senso (paragrafi/capitoli, in cui si svolgono e si compiono le argomentazioni del discorso) e in unità materiali (il supporto fisico rappresentato dalla pagina di carta).

La situazione è resa più complicata dal fatto che mentre sul foglio di carta possono trovare ospitalità solo segni grafici fissi (testi, immagini, grafici….) sul monitor possono apparire anche presentazioni dinamiche (filmati, presentazioni in PPT….) Ciascuno di questi oggetti, naturalmente, obbedisce a leggi percettive diverse.

1 Fanno eccezione alcuni oggetti particolari, come l’edizione della Divina Commedia di Dante pubblicata in caratteri piccolissimi su un unico grande foglio di circa un metro di larghezza per 80 cm di altezza.

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I paesaggi dell’anima

L’anima ha dei paesaggi. Letteralmente. L’interiorità della coscienza può essere descritta tramite una serie di metafore concatenate tra loro e tratte dai paesaggi esteriori (montagne, laghi, mari, luoghi qualunque particolari). Ma non è solo questo, se fosse così sarebbe banale. Nei miei sogni mi capita di trovarmi in certi ambienti che ho già visto, oppure di “sapere” che da un certo punto in cui mi trovo nel sogno potrei raggiungerne un altro che si trova lì vicino e che ho già visitato in un sogno precedente (per esempio il ramo ovest del lago maggiore, ma rivisto come in una stampa ottocentesca, con le montagne ripidissime e simili alle pareti di un fiordo).

Orientarsi nei paesaggi dell’anima è possibile se si possiede una mappa: ma come realizzarla? Io sono contemporaneamente la mappa, il paesaggio e il viandante.

Il grande inganno di Epicuro (o no?)

Epicuro è il primo filosofo a trarre tutte le conseguenze dall’affermazione (che non è stato certo lui a inventare) che la felicità è il piacere e il piacere consiste nel soddisfacimento di un bisogno.

Il nocciolo della questione consiste nel fatto che il bisogno è qualcosa di limitato: è una mancanza che deve essere sanata, un vuoto che deve essere riempito. Per Epicuro questo era essenziale: il limite offre la forma, cioè quel modo di essere che può essere raggiunto in modo definitivo e che non ha più senso oltrepassare. Questo schema di ragionamento si applica in modo perfetto alla fame, che non a caso diventa il paradigma (in positivo e in negativo) del modello epicureo. Quando ho soddisfatto l’appetito, in qualunque modo io lo faccia, il bisogno è sparito: se riesco a convincermi che la felicità è il «far sparire» i bisogni quindi il tornare in una situazione di equilibrio in cui il bisogno è assente, allora posso essere felice con un pezzo di pane secco.

Il bisogno (quello che noi avvertiamo come «bisogno») è in realtà l’alterazione di un equilibrio che deve essere ristabilito. Tornare allo stato di equilibrio preesistente è il massimo cui possa aspirare l’uomo. Se questo è il vero obiettivo, e se per raggiungere questo obiettivo tutti i mezzi sono buoni allora, per una sorta di «rasoio di Ockham» ante litteram applicato all’etica piuttosto che alla logica, è conveniente scegliere la via più semplice, quella appunto per la quale si dice che il piacere «è facile da ottenere». Infatti Epicuro (e tutti coloro che si muovono su questa lunghezza d’onda) non condanna affatto i cibi buoni e preziosi in sé, non afferma affatto che i piaceri sofisticati e raffinati siano «male»: dice solo che sono inutili, o meglio sostiene che è inutile darsi tanto da fare per ottenere, alla fine, lo stesso risultato che si può ottenere con molto meno sforzo. Insomma, è conveniente fare il minor sforzo possibile.

Tuttavia ci si può chiedere se la felicità possa essere identificata completamente ed esclusivamente nel soddisfacimento di un bisogno (e quindi nel ristabilimento di un equilibrio).

In una visione come questa l’obiettivo è il mantenimento di una situazione. Paradossalmente, se si potessero eliminare i bisogni saremmo nella condizione di felicità perfetta, ossia saremmo «simili a Zeus», come scrive Epicuro alla fine della sua Epistola a Meneceo.

Questa considerazione suggerisce di aprire una feritoia verso un piano del discorso completamente diverso, che ci fa scivolare verso la psicopatologia contemporanea: una delle strategie infatti che la psiche adotta inconsciamente come rimedio ai problemi suscitati dal rapporto col mondo e con gli altri è (esattamente nella prospettiva che abbiamo appena tratteggiato) quella di ridurre ai livelli minimi i bisogni corporei, fino a sconfinare nella patologia (anoressia).

Torniamo al filone principale delle nostre riflessioni. Ciò che impedisce normalmente di trovare un equilibrio in assenza di forze è il fatto che le dinamiche biologiche si incaricano di alterare continuamente gli equilibri chimici del nostro corpo e innescano perciò ciclicamente la richiesta di un ritorno alle condizioni originarie. La ciclicità di questa richiesta è qualcosa che noi subiamo: la concezione della felicità che ne su di essa si basa è segnata dalla passività. Io subisco un bisogno e sono felice quando riesco a soddisfare il bisogno ritrovando un equilibrio perduto. Se il bisogno non mi aggredisse io rimarrei per sempre in una sorta di «stato di inerzia» psicologica, nel senso che non cercherei di cambiare il mio stato fino a quando qualche impulso dall’esterno non venisse a modificare il mio status. In questo Kant aveva indubbiamente ragione.

Il problema è vedere se questa è davvero la concezione autentica della felicità.

Se io lego la felicità alla percezione di me, o almeno introduco l’autocoscienza come parametro essenziale per caratterizzare il momento della felicità, le cose cambiano.

Male vs bene

Fare il bene non significa affatto non fare il male. Questo è un grandissimo equivoco: credere che sia sufficiente non fare il male per essere eticamente irreprensibili, come se non ci fossero che due possibilità, fare il male e fare il bene, appunto, e quindi come se fosse sufficiente (e necessario) non stare in una delle due possibilità per essere necessariamente nell’altra.

Contro la logica dualistica dunque. Fare il bene ha bisogno di fantasia, intelligenza, decisione, volontà: è tutto tranne che comportarsi secondo la normalità banale del non scegliere e lasciare che sia la medietà del “si” a decidere il nostro comportamento. Tutte le qualità e le capacità che si mettono in atto per fare il male, le stesse, devono essere messe in atto per fare il bene. Fare il bene significa costruire una positività, qualunque cosa voglia dire, creare dei rapporti, aprire degli spazi, mantenere aperte delle possibilità.

Certo, esiste come una corrente che porta verso il bene, il cui modello archetipico è l’istinto della madre che apre degli spazi per la vita del bambino: in modo quasi automatico, quasi senza dover decidere, senza dover scegliere. In modo istintivo, appunto. Forse è per questo che fare il bene attrae meno che fare il male: sembra che non ci sia niente da decidere, niente da scegliere, e quindi non ci sia niente di affascinante. Da cui sembra di poter affermare, per inciso, che ciò che ci affascina maggiormente è l’esperienza della libertà. Indubbiamente sembra che ci sia più libertà nel fare quello che gli altri non si aspettano da noi piuttosto che il contrario, dal momento che in questo secondo caso si ha il sospetto che la nostra azione sia guidata non da noi ma dagli altri attorno a noi, che appunto predispongono e prevedono il nostro comportamento, così da stupirsi se esso non si adegua alle attese generali.

Scusate, scusate un momento!

Traggo spunto da una delle infinite discussioni sul referendum che mi capita di intercettare in rete.

Temo ci possa essere un grave equivoco linguistico nella presentazione della questione:

“Bicameralismo perfetto” (quello che si vuole eliminare) non vuole dire: “il migliore dei bicameralismi possibli” (con l’implicito giudizio morale di condanna per chi vuole abolirlo), ma semplimente: “una forma di bicameralismo che non può essere più bicamerale di così, dato che entrambi i rami del Parlamento hanno le stesse prerogative e sono esattamente sullo stesso piano”. A me pare evidente che si tratti di due significati diversi… 🙂

Breve storia di una diva e di un medico che fa il suo mestiere

In una intervista alla cantante Giorgia, la signora Todrani (questo il suo nome) racconta un dettaglio sulla sua esperienza di maternità: “avevo voglia di privacy. E per un colpo di fortuna, durante tutta la gravidanza, ero riuscita a difenderla, perché il mio ginecologo non si è mai reso conto di chi fossi. Lo ha capito solo dopo il parto, quando la storia era diventata di dominio pubblico” (ho lasciato le virgole come le ho lette su Io donna. A un mio studente non avrei permesso di scrivere cosi).

Comunque: vi immaginate la scena? Lei si presenta come una signora Todrani qualunque; lui è sicuramente un ottimo professionista (con i soldi si può scegliere) che pensa solo al lavoro. Non guarda Sanremo; certamente non guardava Sanremo nel 1993, quando Giorgia vinse l’edizione per i giovani (mi fido di Wikipedia, nemmeno io guardo Sanremo…). Pensa a fare il suo lavoro di medico per aiutare una donna durante un periodo delicato della sua vita, e basta.

Immagino che il dottore in questione non avesse una segretaria, o se l’aveva che fosse una vecchia acida che per principio non guarda Sanremo giovani: altrimenti avrebbe messo sull’avviso il suo superiore.

In ogni caso, che faccia avrà fatto il ginecologo DOPO? Sarà stato così uomo da limitarsi a dire: “ma guarda! Era Giorgia”? O sarà stato così meschino da pensare: “Mannaggia! Potevo chiederle il doppio!” (nella mia famiglia di medici correva voce, negli anni Sessanta, che il medico che aveva fatto partorire, senza alcuna difficoltà, Sophia Loren avesse ricevuto in dono da Carlo Ponti, il di lei marito, una clinica ginecologica completa di tutto…)

Per favore almeno questo no!

Quanti si oppongono alla riforma della Costituzione che verrà sottoposta a reerndu, il prossimo 4 dicembre sostengono spesso che una delle ragione del loro «no» è che si tratta di un passaggio necessario per tornare a discutere e fare un’altra riforna, quest’altra volta si, «giusta», «efficace», «buona» e via di seguito.

Mi chiedo come si possa essere così ingenui (posto che si tratti di ingenuità e non di raffinato calcolo politico: ma vedendo da che pulpito vengono queste parole, tenderei alla prima ipotesi per carità cristiana, perché probabilmente le ragioni vere sono ancora più banali e meno nobili).

A parte il fatto che onestamente io non ricordo di aver visto o sentito queste persone darsi da fare quando sarebbe stato il momento, ovvero durante la discussione del testo che ora andremo ad approvare o a rifiutare: può darsi che io non sia stato abbastanza attento, anzi senz’altro è così, ma mi pare proprio che la grande agitazione sia arrivata adesso, non sei mesi fa.

In ogni caso, come si può pensare che in caso di bocciatura della riforma il PD, ferito e ammaccato, possa accettare l’idea di tornare a discutere su questo argomento? Renzi, c’è da scommetterci, si rimangerà senza il minimo scrupolo le imprudenti affermazioni di qualche tempo fa sulle sue dimissioni, anzi, sulla sua rinuncia alla vita politica (e probabilmente è meglio che sia così, perché una crisi di governo in questo momento non aiuterebbe di certo la nostra economica, e anzi, come è già accaduto nel 2011, ci renderebbe bersaglio della speculazione internazionale. In compenso, questo sì, il premier dovrebbe dedicare tutte le sue forze alla pura lotta per la sopravvivenza (politica) all’interno del suo partito prima e in Parlamento poi. Non avrebbe il tempo materiale per fare altro, e se anche riuscisse a sopravvivere non avrebbe le forze per combinare qualcosa nel resto della legislatura.

Ovviamente i suoi avversari possono gioirne; i cittadini italiani, quelli ai quali non interessa nulla chi fa politica, meno.

Un piccolo contributo alla discussione sul referendum

A mio sommesso avviso, la discussione sul referendum costituzionale del 4 dicembre, una volta fatta la tara sulle risse politiche che ha scatenato (massime per l’insipienza del Presidente del Consiglio nel personalizzare lo scontro, facendo balenare nelle teste degli oppositori la speranza di costringerlo alle dimissioni con un voto a lui contrario), sta nel richiamare l’attenzione su quello che è il dilemma di ogni sistema politico, ovvero la necessità di mediare tra l’esigenza della governabilità e quella della rappresentanza.

Chiaramente i fautori  del “Si” cercano di insistere sul primo corno del dilemma; i loro avversari sul secondo (idealmente, perché poi di fatto tendono a trascinare la discussione, da quanto vedo, sul campo della scelta pro o contro Renzi, perdendo di vista il punto).

Io non sono abbastanza esperto di diritto costituzionale per riuscire a valutare quanto esattamente peseranno questi cambiamenti sulla vita politica del nostro paese: posso dire però che ho visto di persona quanto l’assenza di governance abbia pesato (in negativo) negli anni Settanta e primi anni Ottanta.

Certamente la nostra Costituzione è stata scritta in un momento storico in cui era essenziale valorizzare al massimo la possibilità per tutte le forze politiche e sociali di esprimersi al massimo, anche in Parlamento; e altrettanto certamente la frantumazione politica della Prima Repubblica ha portato il sistema in una posizione quasi di stallo.

Altrettanto certamente  un potere legislativo troppo veloce può produrre disastri se non è abbastanza saggio da cogliere fino in fondo le conseguenze della propria azione (sto pensando per esempio a cosa succederebbe se venissero tolti i vincoli edilizi su certe zone, come mi pare di capire vorrebbe fare il governatore della Liguria, in nome della spinta all’economia: il consumo di territorio, si sa, è quasi irreversibile).

Tuttavia la speranza di accogliere  sempre tutte le prospettive possibili (ossia di dar  sempre a tutte le possibili obiezioni la possibilità di bloccare un processo, come avviene con le proteste NIMBY) è irrealistica: di tutte le potenzialità che un processo possiede, una sola può passare all’attualità. Compito della politica dovrebbe essere quello di individuare, tra tutte le concrete soluzioni possibili, quella che più salvaguardia e rispetta il bene comune, de-cidendo in senso latino, cioè tagliando e lasciando cadere tutte le altre: forse il lavoro più “umano” (cioè non assegnabile alle macchine) che esista.