Corsi di filosofia on line in inglese

http://www.openculture.com/philosophy_free_courses

Annunci

Due metafore

Uno dei modi per descrivere il senso di scorrimento, e insieme di vertigine e di svuotamento, dell’esistenza, è la metafora della cascata.
Noi siamo sull’orlo della cascata: dietro a noi il nulla, il baratro, davanti a noi l’acqua che scorre, che ci scorre incontro. Siamo sospesi su questo baratro e questo fluire.
Le cose non sono, fluiscono.

Altra metafora che mi è cara: l’uomo, la sua esperienza come gomitolo da dipanare. Avete mai provato a farlo? La dote che serve di più è la perseveranza, oltre che la pazienza: molteplicità di linee, non sempre (anzi quasi mai) rette; lunghi giri, profonde soste, molte deviazioni, tanti nodi.
Bisognerebbe descrivere una situazione concreta in tutte le molteplicità dei suoi rimandi e dei suoi significati. La descrizione della vita, fatta in questo modo, non porta al romanzo?

LA PORTA MAGICA

L’idea guida di questi appunti è il cosiddetto “effetto cornice”, ben noto nella Gestalteorie, per il quale una linea chiusa attorno a una immagine la isola e la separa dall’ambiente percettivo circostante
Io vorrei far presente che un effetto simile si verifica anche su tutti i tipi di schermo: televisione, computer, palmari, videogiochi, cinema.
L’ambiente in cui ci troviamo quando guardiamo uno schermo si trasforma necessariamente in “sfondo”, esattamente come quando concentriamo la nostra attenzione su un qualunque oggetto.
Il “gradiente percettivo” che si ha tra lo sfondo e ciò che è racchiuso nello schermo dota quest’ultimo di un “indice di realtà” che lo “fa essere” per così dire, in modo più intenso rispetto a ciò che semplicemente sussiste, in modo “disperso”, attorno a lui.
Quello che forse non è stato ancora notato è che questa dinamica percettiva elementare acquista un significato speciale quando ciò che è contenuto all’interno della cornice non è statico, come un quadro, ma è dinamico, come avviene appunto quando stiamo guardando lo schermo della televisione, di un computer o di un videogioco.
L’effetto cornice garantisce infatti ai contenuti che via via si manifestano sullo schermo un indice di realtà che si trasferisce dalla semplice “essere manifesto” del dato ai contenuti che vengono via via esplicitati. In altre parole la serie di immagini che appaiono sullo schermo non sono percepite come immagini, ma come mondo, separato e staccato dal mondo circostante.
Tra l’altro , questo implica anche la possibilità di alterare i ritmi temporali: tipico della TV è infatti un tempo molto più veloce del tempo “reale”.

Una riflessione sulla scuola

Mi è capitato di leggere molti anni fa (si era nel 2004) sul Corriere della Sera la recensione di Isabella Rossi Fedrigotti al libro di Paola Mastracola Una barca nel bosco, in cui si parla di un figlio di pescatori, bravissimo in latino, che non riesce a diventare altro che un barista. La tesi della Rossi Fedrigotti è la seguente: il vero peccato mortale della scuola italiana è “di non riuscire più a cambiare le sorti degli alunni, nemmeno dei migliori, condannando ciascuno a restare ciò che già era”. E prosegue: “indipendentemente dal suo cursus honorum (e dalla sua poca attitudine allo studio) il figlio dell’avvocato sarà avvocato, il figlio del medico sarà medico, il figlio dell’imprenditore avrà per lo meno un autosalone e il figlio del pescatore, benché sappia tradurre qualsiasi testo dal latino e in latino, riuscirà al massimo a diventare barista”. Non ho letto il libro e non so dire se questa sia anche la tesi dell’autrice. È certo però che questo è davvero un punto cruciale della scuola. Se la scuola non offre, produce, realizza un cambiamento è davvero qualcosa di inutile. Il tempo stesso è inutile se in esso non avviene un cambiamento. Si tratta di vedere se e quale cambiamento produce la scuola. Da quello che si intuisce, sembra che il cambiamento di cui si lamenta la mancanza è la promozione sociale. I migliori a scuola non necessariamente riescono a guadagnare di più e ad avere una posizione socialmente rilevante. Questo è certamente vero, ma è una vera obiezione? La dieresi tra cultura e ricchezza non è certo una novità e chi ha abbracciato la professione di insegnante (come l’autrice del libro) doveva saperlo e metterlo in conto sin dall’inizio. È altrettanto vero che questa ingiustizia spesso genera un senso di frustrazione, che finisce per rovesciarsi in una sorta di disprezzo alla rovescia, tipico degli intellettuali italiani, verso tutti coloro che non hanno studiato o almeno non hanno una formazione intellettuale (“tu guadagni più di me ma sei inferiore a me perché ti sporchi le mani con il denaro e il potere”).
Resta l’altra questione: la scuola riesce a generare un cambiamento nelle coscienze degli studenti? Questo è il vero punto della questione.

«Qualcuno ci ha forse promesso qualcosa?»

Una delle frasi che, singolarmente prese, ha condizionato di più la mia vita è stata una citazione di Pavese. La frase è tratta dai diari dello scrittore e suona pressappoco così: «Qualcuno ci ha forse promesso qualcosa?» Frase dura ma vera. Nessuno ci ha promesso un bel niente, nessuno ci è debitore di niente. Il che significa che dobbiamo conquistarci da soli tutto, senza contare sugli altri. O meglio, senza contare sul fatto che gli altri ci possano evitare la fatica e il lavoro, in tutti i sensi possibili. Nel migliore dei casi gli altri ci possono accompagnare, e già questo è una grande cosa, che non sempre e non a tutti è data.

Perché «Il filo di Arianna»?

La storia è nota: Teseo entra nel labirinto, uccide il mostro e si salva seguendo all’indietro il filo che gli era stato consegnato da Arianna. Il tutto è un simbolo potente, multistrato, accattivante per descrivere l’avventura umana. La vita è sicuramente complessa e può essere pericolosa: avventurarsi da soli, rinunciando a ogni nesso con il proprio passato e con gli altri è rischioso.

Ci vuole un aiuto, che deve venire da qualcuno dell’altro sesso: la vita può essere affrontata solo da un essere che possiede una completezza che da solo non può afferrare. Il «filo» rimanda a una esperienza tipicamente femminile (nell’antichità), ossia il tessere: ma il tessere era, tra tutte le attività universalmente riconosciute come femminili, quella più vicina alla tecnologia (che appartiene in linea di massima all’universo maschile).
Perciò la riflessione filosofia, che deve «ricucire» le pezze del vissuto fino a farne un vestito, ha bisogno di ogni aiuto che le possa venire da ogni forma di esperienza umana, nessuna delle quali è esclusa. Di qui, anche, la quasi necessità di usare uno strumento come un ipertesto elettronico per poter seguire (se non proprio ricostruire) gli infiniti percorsi della vita.

Una considerazione sul referendum…

Francamente penso che sia proprio sbagliato votare “no” con lo scopo di “mandare a casa” Renzi (come si usa dire). In un paese normale (altra espressione orribile ahimè diventata di moda) i governi (o meglio le maggioranze di governo) vengono mandati a casa (o confermati) alle elezioni, E BASTA! La discussione e la decisione sul referendum hanno tutt’altri obiettivi, molto più importanti di un semplice e banale governo. Io voterò SI: andando a controllare cosa fanno gli altri paesi europei ho constatato che tutti i paesi popolosi hanno un Senato che esprime una rappresentanza (e interessi) diversi da quelli della Camera ; e spesso i senatori sono eletti in modo indiretto, senza che nessuno si lamenti (mi risulta). La Renzi-Boschi indubbiamente cerca di spingere gli equilibri costituzionali verso la governabilità, riducendo un pochino la rappresentanza: di questo dilemma dovremmo parlare, non d’altro.