boston globe

Annunci

Guardandomi indietro…

Quand’ero bambino non pensavo certo di fare l’insegnante. Vivevo in un paese della Bassa milanese, ero figlio di medici. A scuola avevo una maestra che adoravo; ho fatto in tempo a stare su banchi di legno massiccio, di quelli che si vedono nei film in bianco e nero, intarsiati da generazioni di temperini annoiati e irriverenti. Litigavo con i pennini in acciaio per realizzare i pieni e i vuoti delle lettere: la mia maggiore frustrazione era quando la punta si incastrava nella carta durante la fase di salita e, liberandosi di scatto, spruzzava una nuvoletta di goccioline dispettose che facevano apposta a rovinare tutto il mio lavoro. Con i trentatre miei compagni, tutti maschi, si dividevano le merendine e si faceva a botte. Ma non ricordo vera cattiveria, né qualcosa di simile alla lotta di classe, per quanto il Sessantotto incombesse. Giocavo con tutti, dal figlio dell’amica del cuore di mia mamma ai figli dei portinai della villetta tre numeri civici più in giù nella via. Quando ci incontravamo quasi sempre giocavamo con i soldatini o con i Lego. A casa a partire dai sei-sette anni leggevo tutto quello che trovavo nella libreria in salotto, dai gialli di Ellery Queen in su. Verso i dieci anni tentai perfino di leggere un libro polveroso che nessuno apriva mai, con su scritto «Sofocle». Non ci capii nulla e lasciai perdere dopo due pagine. A scuola, tuttavia, quando una delle pochissime supplenti mai viste alle elementari propose di fare il «gioco degli oggetti» e scelse improvvidamente me, come parola da far indovinare ai compagni pensai «abigeato». Non la conosceva nemmeno la maestra, e dopo non mi fecero più scegliere le parole. Il compagno successivo propose «cestino».
A casa la tata di famiglia, una solida contadina della Bassa che aveva fatto la mondina e la ostessa prima di arrivare da noi due settimane esatte prima che arrivassi anch’io, mi gridava di smetterla di stare sempre sui libri, che mi sarei cavato gli occhi, e di andare a giocare fuori. Avevamo un piccolo giardino, in effetti, che io e mia sorella esploravamo palmo a palmo tutti i giorni, arrampicandoci arditamente sugli alberi alti due metri e mezzo circa e rastrellando con cura tutto quello che attirava la nostra atttenzione. Io raccoglievo uccellini morti che sezionavo con un bisturi ormai non più affilato ottenuto da mio padre; collezionavo foglie secche; scendevo a rotta di collo, a circa 8 km/h, per un piccolo scivolo con una macchinina a pedali e poi su una specie di trampolino fatto con un asse sostenuta da un mattone, per provare l’ebbrezza del volo e dello scossone all’atterraggio. Una volta, verso gli otto anni, allagai la cantina per dimostrare che la pressione dell’acqua alla base di un fusto metallico (quello dell’olio Carli, per la precisione) era maggiore di quella in cima. Cose così, insomma. A scuola ci facevano imparare a memoria gli affluenti di sinistra e di destra del Po, in sequenza. Era un po’ noioso, ma tutto sommato riuscire a dimostrare che potevi ricordarli in fila era un gioco come un altro. I problemi di matematica erano molto più facili di quelli della Settimana Enigmistica, che mio padre mi spingeva a cercare di risolvere. Non ci riuscivo, e allora li facevamo insieme. Di pensare a fare in futuro l’insegnante, nemmeno il più piccolo sospetto.
Alle medie cambiò poco, tranne che la mia prof. di italiano, una bolognese che si vantava di essere stata un «angelo del fango» (dato che si era dimenticata di spiegarci cosa era successo a Firenze nel novembre del ’66, l’espressione mi era incomprensibile), sembrava pensare che nulla fosse merito mio ma che tutto dipendesse dal fatto che ero figlio di medici. All’epoca pensavo che da grande mi sarebbe piaciuto fare un giro del mondo in barca a vela, da solo, e lessi tutti i libri di Chichester e Moitessier. Ormai avevo fatto fuori tutta la libreria di casa, e non capivo perché i miei si facessero tanti problemi a scegliermi dei regali, quando ricevere un libro nuovo era la cosa che mi dava più piacere.
Al liceo mio padre mi mandò a fare il classico in una scuola privata cattolica a Milano. I miei, onestamente, mi chiesero cosa ne pensassi: ma a me andava bene qualsiasi cosa e salii sul Mortara-Milano delle sette e dieci pieno soprattutto di curiosità (non fu una sorpresa, perciò, scoprire molti anni dopo che quella linea ferroviaria è considerata una delle peggiori d’Italia). Al liceo, per la prima volta, non ero il primo della classe. In realtà non mi interessava molto: andavo comunque bene, e l’irritazione maggiore fu in quarta ginnasio quando il professore di italiano, greco, latino, storia, geografia e storia dell’arte (con lui passavamo anche cinque ore al giorno) mi mise «sette» in greco sulla prima pagella dopo che nel trimestre avevo preso tutti «nove» e «dieci». Giudicando la cosa adesso, fu ovviamente un gesto di grande saggezza.
Mi pesava invece il fatto di non riuscire ad avere veri amici, perché i miei compagni abitavano a Milano, tranne i pochi che venivano da fuori città ma non dal mio paese. Quindi passavo il mio tempo a studiare le cose di scuola; a leggere libri per conto mio, non ce la facevo più. L’impresa in quinta ginnasio, per tutti noi, fu di imparare a memoria il paradigma di circa 200 verbi irregolari greci (alcuni li ricordo ancora: su tutti, «pipto, pesumai, epeson, peptoka»). In terza liceo fui spedito, insieme al migliore della classe in latino, al «Certamen florentinum». Ci divertimmo molto, e non vincemmo nulla. Del fervore politico dell’epoca, niente filtrava fino a noi. Ricordo un’unica assemblea di istituto in cinque anni, subito dopo l’omicidio Moro. All’epoca fui così cinico da pensare, freddamente: «Uno di meno». Vale pentirsi quarant’anni dopo? Spero davvero di si. Comunque, di voler insegnare continuava a non esserci nemmeno il sospetto. Quando arrivò il momento di scegliere per il dopo liceo, furono guai. Con astratta determinazione passai in rassegna tutte le lettere dell’alfabeto dalla «A» di astronomia e astrofisica fino alla «Z» di zoologia, trovando interessante tutto (tranne forse giurisprudenza e chimica; ma intuivo che in realtà era colpa mia, dato che non le conoscevo abbastanza). Scelsi filosofia perché, dissi a me stesso e agli altri, mi permetteva di occuparmi in qualche modo ancora di tutte le altre cose. Cominciò immediatamente la processione di professori e amici dei miei che cercavano di farmi cambiare idea, con l’ovvia domanda: «Cosa farai? Come farai a guadagnarti il pane? C’è solo l’insegnamento, non vorrai mica fare quello, vero?» In effetti non volevo insegnare: semplicemente non sapevo cosa volevo fare. Perfino mio padre tentò, quasi per l’unica volta in vita sua, di farmi cambiare idea. Ero molto sorpreso da tutte queste ostilità, peraltro a loro volta più sorprese che determinate, e dovetti tener duro, almeno un pochino. Solo mia madre mi difese, per l’ultima volta che poté farlo.
In Cattolica a Milano fu uno spasso, almeno dal punto di vista dello studio. Mi piaceva proprio quello che stavo facendo e che mi facevano fare: e francamente non sentivo il bisogno di giustificarmi oltre. Al second’anno mi divertivo a fare domande difficili agli assistenti che tenevano i seminari, mettendoli in difficoltà davanti agli altri studenti. Io baravo, naturalmente: studiavo PRIMA della lezione i libri che avrei dovuto leggere DOPO la lezione. Era una cosa crudele e ingiusta, a ripensarci adesso: come sparare ai pesci in un barile. Ma di nuovo, siccome pensare di andare a insegnare non era all’ordine del giorno, non potevo nutrire nemmeno un embrione di spirito di corpo e di solidarietà con quei poveretti spediti dal loro prof a spiegare cose che non avevano mai studiato prima. Quanto a me, vagamente immaginavo che sarei potuto rimanere in Università, ma siccome nessuno mi aveva spiegato cosa avrei dovuto fare per ottenere quel risultato e io non l’avevo chiesto a nessuno, il tutto rimase sospeso nel nulla.
In cambio, verso la fine del corso si accese in me la nitida convinzione che tutto lo studio che avevo fatto sarebbe stato inutile se non l’avessi condiviso con gli altri. Fu proprio così: si formò la percezione chiara e netta che trasmettere, o almeno comunicare ad altri quello che avevo capito (o credevo di aver capito), era la cosa giusta e gratificante da fare. Tornai dal mio professore di tesi, che era noto per sistemare i suoi laureati nelle scuole private del milanese. Ma proprio in quel periodo lui si era messo in testa di fare politica; era diventato rettore, si era fatto eleggere al Parlamento europeo. Per farla breve, mi rise letteralmente in faccia e mi consigliò di cercarmi un posto per insegnare religione (già all’epoca infatti, per quanto possa sembrare strano alle nuove generazioni di colleghi, trovare un posto di insegnante era una cosa difficile, lunga e complicata). E così feci, ottenendo un posto in un ITIS. Fu la miglior esperienza sul campo che si potesse immaginare. Potere sugli studenti, zero. Possibilità di minacciarli in qualsiasi modo, zero. Libro di testo su cui fare affidamento, zero. Tutto doveva essere conquistato giorno dopo giorno, trovando argomenti validi, ogni volta, per ognuno dei ragazzi (praticamente miei coetanei) che mi dovevano sorbire una volta la settimana. Fu li che imparai che per insegnare bisogna mettersi in gioco sul serio e capii davvero che l’insegnamento è, nella sua essenza, un rapporto tra persone, a cui il resto fa contorno (certo, imparai anche una serie di trucchi del mestiere che poi mi sono serviti tutta la vita; ma anche questo era contorno, la cosa essenziale è sempre stata da allora riuscire a guardare negli occhi le persone che mi stavano davanti).
La mia vera, grande fortuna dal punto di vista professionale, quella su cui non ho alcun merito, è che feci in tempo a iscrivermi al secondo e ultimo concorso per posti a cattedra di quegli anni, quello dell’ 86. Cosa mi sarebbe successo se non fossi uscito questo concorso e se non l’avessi vinto, non riesco a immaginarlo. Comunque ci tengo a dire che fu gran parte merito di mia moglie (all’epoca eravamo ancora solo fidanzati) la quale tre giorni prima dello scritto mi disse: «Io leggerei questo» e mi passò un libro su Husserl e la crisi delle scienze europee. La traccia del concorso era: «Husserl e la crisi delle scienze europee» (tra parentesi, per i sei mesi successivi al concorso mi sono svegliato ogni notte in preda a incubi vari che ruotavano tutti indtorno alle prove scritte o orali e nei quali venivo regolarmente bocciato).
Il resto è storia, ancor meno interessante temo di quanto ho raccontato finora. Ho continuato a leggere e a studiare tutto quello che riuscivo, ho pubblicato i miei articoletti qua e là, sono diventato giornalista pubblicista, ho scritto un paio di libri che non c’entrano nulla con la filosofia ma parlano essenzialmente di mare. Soprattutto ho imparato a usare il computer per la scuola, e questo mi ha aiutato molto ad andare avanti: non sapevo nulla e dovevo imparare quasi tutto da solo. Una gran fatica e anche un gran tempo perso a trovare soluzioni che chiunque un po’ esperto mi avrebbe suggerito in tre secondi; molto divertente però. Un po’ come quando giocavo col Lego, con la differenza che adesso mi serve per lavorare. Poi è arrivato Internet, poi è arrivato Facebook; su FB ho incontrato Antonio; ed eccoci qua.

OCD – Neil Hilborn

Bello!

Giada Zuliani

La “slam poetry”, dall’inglese slam ovvero sberla, è un genere di poesia che, essendo diffusa oralmente, crea un forte legame tra performer e pubblico tale per cui l’autore è come se “schiaffeggiasse” lo spettatore durante la sua breve esibizione attraverso le sue parole, o tramite immagini, al fine di emozionarlo e provocare in quest’ultimo una riflessione sul tema trattato. E’ un tipo di poesia nato in America negli anni ’80 dalla strada come espressione popolare, ed è tutt’oggi considerata una delle forme più vive della poesia, il cui potere si basa sulla libertà di pensiero e di parola ma anche sull’apertura mentale all’altro.
Di seguito riporto un bellissimo pezzo che ho trovato per caso su internet il cui autore è Neil Hilborn, un uomo malato di un disturbo ossessivo compulsivo che in questo genere di poesia è riuscito a trovare un modo per esprimere il suo disagio e per confidare…

View original post 9 altre parole