Un italiano alla guida di un liceo innovativo in Repubblica Dominicana

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L’intervista a Michele Colombo sul problema dell’italiano

Intervista pubblicata su CattolicaNews del 17 febbraio 2017

La lingua è come un capo di guardaroba a disposizione di tutti, ma bisogna saperla indossare». Usa questa metafora il professor Michele Colombo per spiegare l’allarme che oltre 600 docenti universitari hanno inviato al Governo e al Parlamento, chiedendo interventi urgenti per porre rimedio alle lacune degli studenti nell’uso dell’italiano. Per il ricercatore di Linguistica italiana alla facoltà di Lettere e filosofia nelle sedi di Milano e Brescia, tra i firmatari della lettera, siamo di fronte a problemi di registro e di lessico.

Professore, a seconda di come si guarda, questa lettera è un grido di dolore ma anche un’offerta di proposte concrete. «Sì. I giornali hanno sottolineato l’aspetto della lamentazione per la difficoltà degli studenti a scrivere in italiano, mentre la lettera è molto più incentrata sulla proposta di alcune possibili linee di azione per risolvere un problema che non è semplicemente dovuto a una generica degenerazione dei tempi moderni ma che va ricondotto a importanti mutazioni della nostra società nel suo insieme. E nella scuola nello specifico».

Veniamo subito alla pars costruens, allora. Una volta fotografato il problema come si può intervenire? «Sono tra i firmatari della lettera proprio perché ritengo che in particolare due delle proposte che vi vengono avanzate sono condivisibili. Fornire, all’interno delle indicazioni nazionali che guidano l’agire degli insegnanti nei diversi gradi scolastici, il richiamo forte a dare grande rilievo alla cognizione delle competenze di base. Questo non solo per l’italiano, ma anche per la matematica e le scienze».

Cos’è cambiato rispetto al passato? «Il ventaglio di capacità e nozioni che viene richiesto agli studenti per certi versi è più ampio. Basti pensare a quanto è fondamentale ormai il possesso di una lingua straniera o alla necessità di essere pratici delle nuove tecnologie. In questa situazione è necessario individuare quali sono i fondamenti e puntare su di essi. Una scuola che pretendesse di introdurre lo studente a tutte le sfaccettature delle materie fallirebbe il proprio obiettivo. Non è possibile essere competenti di tutto. E questo è una ragionamento promosso già da qualche anno dall’Accademia dei Lincei che ha varato un programma per la nuova didattica nella scuola, basato proprio sulle competenze fondamentali».

Ad oggi la bestia nera degli studenti resta il congiuntivo? «No, tra i problemi più rilevanti c’è il lessico.

Perché se si dice venghi al posto di venga, il classico congiuntivo di fantozziana memoria, è un errore che fa sorridere ma che è molto meno grave rispetto al non riuscire a capire alcune parole della conversazione o del discorso di tipo elevato. Recentemente mi è stato riferito l’episodio di uno studente di un liceo classico, uno studente annoverato tra quelli bravi, che non conosceva il significato della parola cingere».

Parola che oltre tutto viene spesso fuori nelle versioni dal latino, ad esempio cingere le armi. «Difatti il contesto era quello. Il professor Luca Serianni mi parlava di una sua collega che, insegnando latino, faceva svolgere delle versioni senza vocabolario e si è accorta che

il problema di quel suo studente non era la desinenza del verbo latino, ma il fatto che non conosceva cingere in italiano.

Che una persona non conosca parole come impellente, sicumera, succinto è grave perché la esclude da tutto un ambito di discussione, di comunicazione di idee, molto più che se commettesse un errore di ortografia o usasse a sproposito un congiuntivo.

Ma il problema non è solo il lessico… «L’altra questione è il registro. Molti italiani governano solo quello colloquiale. Non sono in grado di interloquire a livello formale in contesti nei quali sia necessario un italiano sorvegliato, non quello della semplice comunicazione tra amici.

Bisogna proporre non tanto un modello di correttezza linguistica ma di ricchezza linguistica. La capacità di muoversi in diversi ambiti con padronanza. Non uniformità, ma versatilità.
Se si va in spiaggia si indossa il costume, se si gioca a calcio si portano i calzoncini corti, se si va alla prima della Scala bisogna usare un vestito di tutt’altro genere. L’ideale è avere persone che abbiano a disposizione un armadio pieno di vestiti diversi. Se nel proprio bagaglio linguistico qualcuno ha solo uno o due vestiti, allora è un problema».

Professore, lei tiene anche un laboratorio di scrittura alla facoltà di Scienze linguistiche nella sede di Brescia. La prima palestra per una scrittura corretta è una intensa lettura. A che punto siamo? «Senz’altro la lettura è importante. Il laboratorio introduce a un genere di scrittura speciale come quella accademica. Per gli studenti che non hanno ancora una grande dimestichezza con la saggistica e alcune caratteristiche più specifiche, che vanno apprese esplicitamente, come la citazione bibliografica. Se il legame tra buona lettura e buona scrittura è innegabile, è anche tautologico: chi legge tanto è una persona colta, che tendenzialmente ha una sensibilità linguistica spiccata. E questo si riversa nel suo modo di scrivere. Ma pure la presenza di qualcuno che corregge e guida lo studente nella sua pratica di scrittura è fondamentale. Io stesso ricordo di aver imparato tanto nella scrittura della tesi di laurea e questo lo devo al professore che allora mi ha guidato nel mio lavoro».

#ITALIANO #FORMAZIONE #LINGUA #LESSICO

In memoria di Carolina Picchio

http://rebeccaarcobaleno.blogspot.it/2017/02/carolina-morire-di-cyberaggressione.html

 

Carolina Picchio, morire di CyberAggressione.
Nelle parole che seguono l’appello di Paolo Picchio.
Dobbiamo essere tutti testimoni e portatori di anticorpi per una società migliore. Rebecca
Sono il papà di Carolina, quella ragazzina meravigliosa che manca a me e al mondo da una notte di gennaio del 2013.
Mia figlia aveva 14 anni, si è uccisa perché dei giovanotti poco più grandi di lei, dopo averla molestata sessualmente e aver filmato ogni scena, hanno messo tutto su Internet.
Me la ricordo bene la notte in cui tornò da quella festa, andai a prenderla io stesso e la mattina dopo mi disse: papà non ricordo niente di quello che ho fatto ieri sera.
Non sapeva nulla, povera stella.
L’ha saputo giorni dopo, quando ha trovato il coraggio di buttarsi dal balcone dopo aver letto i 2.600 like, insulti e volgarità vomitati dal mondo anonimo della rete.
Ma parliamo dei responsabili. Le hanno fatto perdere coscienza e si sono divertiti un po’. Chissà, a loro sarà sembrato normale…
Ancora oggi, dopo le loro ammissioni, mi chiedo: hanno capito davvero il disvalore di quello che hanno fatto?
La consapevolezza dichiarata non sempre corrisponde a quella vissuta ed è per questo che insisto ormai da mesi: devono dimostrare fino in fondo che sono pentiti, come hanno detto in tribunale.
Hanno ottenuto la messa alla prova invece del procedimento penale?
Bene. Se hanno elaborato le loro colpe sarà un bene condividerle con gli adolescenti nelle scuole. Questo sarà il loro percorso alternativo al carcere, quando li sentirò parlare sinceramente del male che hanno fatto saprò che hanno capito davvero.
Se hai perduto tua figlia in modo così tragico hai bisogno di un motivo per alzarti ogni mattina.
Io ho passato tre mesi senza avere nemmeno la voglia di aprire gli occhi. Poi mi sono detto che Carolina non poteva essere una riga in cronaca che si legge e si dimentica.
Così oggi vivo per le Caroline che non conosco e che purtroppo, lo so, sono da qualche parte nella rete anche adesso mentre scrivo.
Vivo per creare anticorpi, per una società migliore.
Per esempio attraverso la proposta di legge per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo che ha firmato per prima l’ex insegnante di musica di Carolina, la senatrice Elena Ferrara. Il nostro disegno di legge riguarda soltanto i minori e abbiamo avuto la disponibilità di Twitter, Facebook, Google, dei garanti e di tanti altri per agevolare la rimozione dei contenuti che danneggiano, appunto, i minorenni. Ma qualcuno vuole modificare il nostro testo originario ed estendere la legge ai maggiorenni, e temo che la disponibilità dei social e degli altri in questo caso andrà a ramengo. Abbiamo previsto anche un protocollo per trattare casi di cyberbullismo e un centro di prevenzione, ideato dal professor Luca Bernardo, che coinvolga le scuole: è già tutto pronto ma non decolla nulla perché mancano fondi.
E allora io chiedo a chi può aiutarmi una cosa molto semplice:
ascoltate il cuore e valutate l’impegno di un padre che agisce nel nome di una figlia che non c’è più.
Lo faccio per la mia Carolina, perché quello che è successo almeno serva a qualcosa in futuro.
Non c’è giorno che io non pensi a lei e di notte la sogno quasi sempre.
La rivedo anche adesso, qui, accanto a me.
Ogni tanto sfoglio le sue fotografie, guardo un video che le feci durante un allenamento sportivo, la vedo sorridere.
La immagino davanti all’altro video, quello mortale, e penso a lei che scrive la lettera d’addio.
Se n’è andata ma c’è più di sempre.
È lei che mi fa alzare ogni mattina.
Paolo Picchio,
settembre 2016

Proprio oggi, primo febbraio 2017, il Senato ha approvato con 224 sì, un no e 6 astensioni, il disegno di legge per il contrasto al cyberbullismo.
Il testo è quello proposto dalla senatrice Elena Ferrara, insegnante di musica di Carolina Picchio, la stessa di cui parla il padre nel suo appello.

Per cyberbullismo il testo di legge intende atti quali “pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali, in danno di minorenni, realizzate per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.

Il disegno di legge intende creare misure di prevenzione ed educazione sia per le vittima che per i bulli. Le vittime (o perché no, anche i carnefici) possono chiedere anche senza l’avvallo del genitori, al gestore del sito internet, l’oscuramento di quella che è la cyber aggressione. Se il gestore del sito ignora la richiesta il minore dovrà coinvolgere i genitori e rivolgersi al Garante della Privacy.

Ogni singola scuola dovrà formare il personale scolastico e indicare uno fra i professori come riferimento per contrastare e prevenire le aggressioni, il professore potrà chiedere l’aiuto delle forze di polizia. Viene promosso anche il ruolo attivo degli studenti.

Rebecca

Una vita in tre fotografie

Davvero impressionante

Martina's blog

“Questo volto è parte del patrimonio di immagini con cui siamo cresciuti, che apparve sul National Geographic nel giugno del 1985 e divenne un po’ la Monnalisa del nostro secolo. L’abbiamo chiamata la ragazza afghana, la ragazza dagli occhi verdi. Steve McCurry l’aveva scovata in Pakistan in un campo di rifugiati sotto un tendone che fungeva da scuola. Era una bambina di dodici anni in quella famosissima foto. Si chiama Sharbat ed è scappata dall’Afghanistan a sei anni con la nonna e il fratello più piccolo dopo che entrambi i suoi genitori erano morti sotto le bombe degli invasori sovietici. Accettò di posare per McCurry a condizione che non le venisse chiesto di sorridere perché, secondo le regole della sua tribù, una femmina che concede confidenze agli sconosciuti deve essere punita quindi lei rimase seria. Grazie a questo scatto, Sharbat realizzò il sogno di tantissime adolescenti: diventare famosa in tutto…

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