Piccole cause dai grandi effetti

Io sostengo una ipotesi di lavoro che va controllata ma che mi pare utile per non finire nelle geremiadi senza via d’uscita. Vale, è vero, solo per l’architettura “normale”, ossia le case in cui tutti noi viviamo. L’ipotesi è questa: le nostre città sono diventate più brutte quando sono stati approvati i regolamenti edilizi che hanno ridotto l’altezza dei plafoni a 2,70 metri, essenzialmente per motivi economici. In questo modo le facciate delle case hanno perso la loro tradizionale armonia, che nasceva dalla possibilità di avere certi particolari rapporti tra altezza e larghezza delle finestre e certi particolari rapporti tra le file delle finestre (tra di loro e con il resto della facciata). Siccome la larghezza delle finestre non può cambiare (o cambia di poco) perché è legata alla dimesnioe fisica dei corpi che le devono gestire, la riduzione dei plafoni a 2.70 ha agito solo su una dimensione delle finestre stesse, l’altezza, nonché sulla distanza tra le file stesse di finestre. Le finestre quindi sono diventate più tozze e più brutte, e così pure le facciate. Il resto è venuto di conseguenza (fate un esperimento: attraversate diametralmente Milano, anche usando street view se non siete delle nostre parti, e constatate come cambia l’aspetto delle facciate e come le case popolari dei primi dell’Ottocento siano MOLTO più eleganti, proprio per l’equilibrio delle loro facciate, delle ricche case costruite a partire da un certo momento in po

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La solita scoperta dell’acqua calda nel campo dell’educazione…

Però è importante che lo dica Google: magari così qualcuno ci crederà di più. E qualcuno forse comincerà a ricredersi sulla scuola italiana, e comincerà a capire perché tutte le mie studentesse che hanno passato l’anno di quarta all’estrero hanno preso senza eccezioni il massimo dei voti in tutte le materie (con un’unica eccezione, giustificata dal fatto che è andata a passare il suo anno all’estero in Ungheria ed è stata penalizzata al massimo grado dalla lingua). I problemi arrivano all’università (dove servono massicci investimenti, soprattutto per i laboratori), non alle scuole superiori!

https://blogs.transparent.com/language-news/2018/01/01/sorry-stem-google-just-made-the-case-for-more-foreign-language-education/

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Da rileggere, una volta ogni tanto

Itaca
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Costantino Kavafis

Ancora sulla flipped classroom

Il grande dubbio su tutte queste metodologie è una illusione sulle capacità e soprattutto volontà degli studenti di “fare ipotesi” o anche semplicemente “studiare i materiali a casa” solo perché viene chiesto loro. Immagino che la contro risposta potrebbe essere che i materiali (che gli studenti devono studiare per conto loro) non sono costruiti in modo adeguato per suscitare il loro interesse. Tuttavia è difficile pensare che TUTTI gli argomenti possano interessare gli studenti; anzi direi che molto spesso i ragazzi NON trovano interessanti certi argomenti PRIMA che venga loro detto di che cosa si tratta.

E poi, ricordiamo il mio test che funge da cartina tornasole: bisogna parlare della dialettica trascendentale di Kant.

Un libro che tradisce le attese

Qualche tempo fa mi solo lasciato irretire da un libro dal titolo curioso: La filosofia di Topolino. Copertina azzurra col topo pensoso in evidenza, autore affidabile (Giulio Giorello),  carta economica ma piacevole al tatto, editore serio (Guanda): insomma, mi sono lasciato convincere a tirar fuori 17 euro. Tira e molla, l’ho letto solo questa estate.

LA FILOSOFIA DI TOPOLINO

Delusione tremenda.

Il libro  è una carrellata su una serie di avventure che vedono Topolino come protagonista. Si tratta per lo più di storie realizzate negli anni Trenta, presentate ciascuna come sfaccettature dello spirito scetticheggiante e inquisitivo del “topo Michele”. Semplici riassunti messi in fila uno dietro l’altro, qualche tavola d’antan qua e là.

Guardando meglio la copertina mi sono accorto che in piccolo, sotto il nome di Giorello, viene citata una tal Ilaria Cozzaglio, che temo sia la vera autrice del testo. Analisi comparata con altri fumetti? Zero. Analisi sociologica delle storie? Zero. Contestualizzazione della storia all’interno del flusso storico degli eventi? Minima, e ridotta alla banalità dei riferimenti alle potenze dell’Asse e alla scoperta della energia atomica. Tutto sempre detto in tono sciatto, senza prendere una posizione netta, senza sbilanciarsi.

Alla fine, la “filosofia” di Topolino è “la capacità di appiglio ai fatti che impedisce ai versi poetici o astrazioni matematiche di tramutarsi in puri giochi intellettuali, i quali rischiano sempre di tramutarsi in una sorta di prigione metafisica che sequestra coloro che vi credono”. Insomma il nostro topo è un seguace di un “sobrio empirismo, che non esclude ma si nutre di fantasia” (cfr Giorello, La filosofia di Topolino, p. 216).

E questo  è quanto. Si aggiunga un po’ di ironia e di paradosso (cit, pag. 217) e la capacità di “cogliere la diversità delle varie forme di vita” (cit. pag. 218), si mescoli bene e si serva al lettore.

Davvero poco.

 

[se invece volete una recensione decisamente più ottimistica, anche se è quasi solo una collazione di citazioni, potete leggere questa di Stefano Petruccioli]