Ancora sulla flipped classroom

Il grande dubbio su tutte queste metodologie è una illusione sulle capacità e soprattutto volontà degli studenti di “fare ipotesi” o anche semplicemente “studiare i materiali a casa” solo perché viene chiesto loro. Immagino che la contro risposta potrebbe essere che i materiali (che gli studenti devono studiare per conto loro) non sono costruiti in modo adeguato per suscitare il loro interesse. Tuttavia è difficile pensare che TUTTI gli argomenti possano interessare gli studenti; anzi direi che molto spesso i ragazzi NON trovano interessanti certi argomenti PRIMA che venga loro detto di che cosa si tratta.

E poi, ricordiamo il mio test che funge da cartina tornasole: bisogna parlare della dialettica trascendentale di Kant.

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Un libro che tradisce le attese

Qualche tempo fa mi solo lasciato irretire da un libro dal titolo curioso: La filosofia di Topolino. Copertina azzurra col topo pensoso in evidenza, autore affidabile (Giulio Giorello,  carta economica ma piacevole al tatto, editore serio (Guanda): insomma, mi sono lasciato convincere a tirar fuori 17 euro. Tira e molla, l’ho letto solo questa estate.

LA FILOSOFIA DI TOPOLINO

Delusione tremenda.

Il libro  è una carrellata su una serie di avventure che vedono Topolino come protagonista. Si tratta per lo più di storie realizzate negli anni Trenta, presentate ciascuna come sfaccettature dello spirito scetticheggiante e inquisitivo del “topo Michele”. Semplici riassunti messi in fila uno dietro l’altro, qualche tavola d’antan qua e là.

Guardando meglio la copertina mi sono accorto che in piccolo, sotto il nome di Giorello, viene citata una tal Ilaria Cozzaglio, che temo sia la vera autrice del testo. Analisi comparata con altri fumetti? Zero. Analisi sociologica delle storie? Zero. Contestualizzazione della storia all’interno del flusso storico degli eventi? Minima, e ridotta alla banalità dei riferimenti alle potenze dell’Asse e alla scoperta della energia atomica. Tutto sempre detto in tono sciatto, senza prendere una posizione netta, senza sbilanciarsi.

Alla fine, la “filosofia” di Topolino è “la capacità di appiglio ai fatti che impedisce ai versi poetici o astrazioni matematiche di tramutarsi in puri giochi intellettuali, i quali rischiano sempre di tramutarsi in una sorta di prigione metafisica che sequestra coloro che vi credono”. Insomma il nostro topo è un seguace di un “sobrio empirismo, che non esclude ma si nutre di fantasia” (cfr Giorello, La filosofia di Topolino, p. 216).

E questo  è quanto. Si aggiunga un po’ di ironia e di paradosso (cit, pag. 217) e la capacità di “cogliere la diversità delle varie forme di vita” (cit. pag. 218), si mescoli bene e si serva al lettore.

Davvero poco.

 

[se invece volete una recensione decisamente più ottimistica, anche se è quasi solo una collazione di citazioni, potete leggere questa di Stefano Petruccioli]

Breve riflessione su un detto di Oscar Wilde

Il detto in questione suona più o meno così: “Non lasciarti coinvolgere in una discussione da un imbecille: ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.

Giustissimo. Ma il fatto è che questa è proprio la massima fatta propria, in modo istintivo, dall’imbecille in questione, il quale sa perfettamente che non può competere con una persona formata, istruita, che ha speso anni della sua vita a riflettere, che si tiene aggiornata sulle questini di attualità leggendo più di un quotidiano. L’imbecille, comportandosi in modo per niente imbecille, la butta sul livello in cui anche lui ha qualcosa da dire: la violenza verbale, l’insulto, il luogo comune… Venendo a mancare la correttezza del ragionamento e il fondamento  dell’argomentazione, conta solo la forza vitale con quale di difendono o si propongono le proprie posizioni (non voglio nemmeno chiamarle “tesi” perché ciò implicherebbe una scelta ponderata, un’idea, almeno una intuizione: tutte cose che ben difficilmente si ritrovano in un imbecille).

Per cui alla fine ci troviamo davanti al paradosso di un comportamento “intelligente” (nel senso che è finalizzato a ottenere in modo efficace il risultato desiderato, ossia la vittoria nel confronto dialettico) in una persona “non intelligente”.

Una riflessione su tempo e media

Alla fin fine la nostra esperienza si costituisce come qualcosa di unitario grazie al tempo, che implica necessariamente la forma della successione lineare. Lo so, lo so, è una considerazione kantiana: ma non per questo mi sembra sia da buttar via. Io incontro una molteplicità di media che costituiscono una esperienza multi-dimensionale (mi riferisco in questo momento alla riflessioni di Bolter e Grusin su immediatezza e ipermedialità): ma alla fin fine tutto quello che io vivo lo vivo nella forma-tempo della successione. Lo ammetto senza difficoltà: la “linea del tempo” è solo una utile metafora (anche se fuorviante nel farci pensare che il “futuro” sia l’insieme dei punti attualmente esistenti a destra del punto “T” assunto come il presente, e passato, simmetricamente, sia l’insieme dei punti attualmente esistenti a sinistra del punto T), che però rende possibile immaginare la successione dei vissuti, che è (forse) l’unica cosa esistente, ma certamente il punto di partenza di tutte le mie riflessioni.

La storia della linea è importante perché su questa struttura si innesta lo schema gutemberghiano: la pagina a stampa (ma in generale la pagina scritta almeno a partire dal XII secolo, vedi Illich ne La vigna del testo) è solo un trucco per ripiegare a fisarmonica quell’unica, lunghissima linea di parole che è in realtà il testo scritto. Linea che è la trascrizione migliore della sequenza vissuta delle parole “parlate” (anche a se stessi). E’ per questo, sospetto, che la forma libro è cos’ longeva: la successione temporale, trascritta simbolicamente nella successione delle parole stampate o comunque scritte, è ciò che permette di ricostruire (o almeno ipotizzare) anche la successione causale degli eventi (quello che viene “prima” è “causa” di quello che viene dopo), uno schema che per quanto problematico funziona per dominare il mondo e quindi è davvero difficile da abbandonare. In altre parole c’è veramente una base epistemologica solida per tutti quelli che rimangono attaccati al libro come forma espressiva (naturalmente, costoro perdono tutto il resto).

Tim Berners-Lee sul destino della Rete

Quando parla Tim Berners-Lee vale sempre la pena stare a sentire con attenzione. Se non sapete chi è Tim Berners Lee leggete qui

Questo è un suo importante articolo apparso sul quotidiano inglese The Guardian il 12 marzo 2017, anniversario della “nascita” del Web. Quali sono i pericoli oggi per il Web e chi lo usa?

 

 

Today marks 28 years since I submitted my original proposal for the worldwide web. I imagined the web as an open platform that would allow everyone, everywhere to share information, access opportunities, and collaborate across geographic and cultural boundaries. In many ways, the web has lived up to this vision, though it has been a recurring battle to keep it open. But over the past 12 months, I’ve become increasingly worried about three new trends, which I believe we must tackle in order for the web to fulfill its true potential as a tool that serves all of humanity.

1) We’ve lost control of our personal data

The current business model for many websites offers free content in exchange for personal data. Many of us agree to this – albeit often by accepting long and confusing terms and conditions documents – but fundamentally we do not mind some information being collected in exchange for free services. But, we’re missing a trick. As our data is then held in proprietary silos, out of sight to us, we lose out on the benefits we could realise if we had direct control over this data and chose when and with whom to share it. What’s more, we often do not have any way of feeding back to companies what data we’d rather not share – especially with third parties – the T&Cs are all or nothing.

This widespread data collection by companies also has other impacts. Through collaboration with – or coercion of – companies, governments are also increasingly watching our every move online and passing extreme laws that trample on our rights to privacy. In repressive regimes, it’s easy to see the harm that can be caused – bloggers can be arrested or killed, and political opponents can be monitored. But even in countries where we believe governments have citizens’ best interests at heart, watching everyone all the time is simply going too far. It creates a chilling effect on free speech and stops the web from being used as a space to explore important topics, such as sensitive health issues, sexuality or religion.

2) It’s too easy for misinformation to spread on the web

Today, most people find news and information on the web through just a handful of social media sites and search engines. These sites make more money when we click on the links they show us. And they choose what to show us based on algorithms that learn from our personal data that they are constantly harvesting. The net result is that these sites show us content they think we’ll click on – meaning that misinformation, or fake news, which is surprising, shocking, or designed to appeal to our biases, can spread like wildfire. And through the use of data science and armies of bots, those with bad intentions can game the system to spread misinformation for financial or political gain.

3) Political advertising online needs transparency and understanding

Political advertising online has rapidly become a sophisticated industry. The fact that most people get their information from just a few platforms and the increasing sophistication of algorithms drawing upon rich pools of personal data mean that political campaigns are now building individual adverts targeted directly at users. One source suggests that in the 2016 US election, as many as 50,000 variations of adverts were being served every single day on Facebook, a near-impossible situation to monitor. And there are suggestions that some political adverts – in the US and around the world – are being used in unethical ways – to point voters to fake news sites, for instance, or to keep others away from the polls. Targeted advertising allows a campaign to say completely different, possibly conflicting things to different groups. Is that democratic?

Sir Tim Berners-Lee: how the web went from idea to reality

These are complex problems, and the solutions will not be simple. But a few broad paths to progress are already clear. We must work together with web companies to strike a balance that puts a fair level of data control back in the hands of people, including the development of new technology such as personal “data pods” if needed and exploring alternative revenue models such as subscriptions and micropayments. We must fight against government overreach in surveillance laws, including through the courts if necessary. We must push back against misinformation by encouraging gatekeepers such as Google and Facebook to continue their efforts to combat the problem, while avoiding the creation of any central bodies to decide what is “true” or not. We need more algorithmic transparency to understand how important decisions that affect our lives are being made, and perhaps a set of common principles to be followed. We urgently need to close the “internet blind spot” in the regulation of political campaigning.

Our team at the Web Foundation will be working on many of these issues as part of our new five-year strategy – researching the problems in more detail, coming up with proactive policy solutions and bringing together coalitions to drive progress towards a web that gives equal power and opportunity to all.

I may have invented the web, but all of you have helped to create what it is today. All the blogs, posts, tweets, photos, videos, applications, web pages and more represent the contributions of millions of you around the world building our online community. All kinds of people have helped, from politicians fighting to keep the web open, standards organisations like W3C enhancing the power, accessibility and security of the technology, and people who have protested in the streets. In the past year, we have seen Nigerians stand up to a social media bill that would have hampered free expression online, popular outcry and protests at regional internet shutdowns in Cameroon and great public support for net neutrality in both India and the European Union.

It has taken all of us to build the web we have, and now it is up to all of us to build the web we want – for everyone.

The Web Foundation is at the forefront of the fight to advance and protect the web for everyone. We believe doing so is essential to reverse growing inequality and empower citizens. You can follow our work by signing up to our newsletter, and find a local digital rights organisation to support here on this list. Additions to the list are welcome and may be sent to contact@webfoundation.org

Click here to make a donation.

 

https://www.theguardian.com/technology/2017/mar/11/tim-berners-lee-web-inventor-save-internet

Cosa è il tempo?

Questo video, realizzato in Nuova Zelanda per una campagna di prevenzione sugli incidenti stradali, si presta a molte considerazioni.

La prima riguarda ovviamente il senso di responsabilità che dobbiamo tenere costantemente vigile, sempre, in ogni momento della nostra vita. Le nostre azioni hanno delle conseguenze, nei momenti meno attesi e prevedibili. Noi siamo tenuti a render ragione delle scelte che abbiamo fatto, proprio perché esse hanno delle conseguenze su noi stessi e sugli altri. Non possiamo vivere a caso. O meglio: possiamo farlo (noi possiamo tutto, la libertà è qualcosa di reale), ma dobbiamo essere ben consapevoli del fatto che così facendo ci saranno delle conseguenze.

I protagonisti dello spot sono persone normali, come è giusto che sia date le finalità della campagna. Non sono scapestrati, né giovinastri strafatti di qualche sostanza stupefacente o mezzi sbronzi. Sono (sembrano) persone posate che hanno commesso, ciascuno, un errore di valutazione. Uno, sempliemente, sta viaggiando troppo veloce su quella che sicuramente gli sembrava una bella strada di campagna, libera e sgombra, tutta per lui; l’altro si è forse distratto un attimo e ha valutato male la sua velocità di immissione in relazione alla velocità della autovettura che stava sopraggiungendo. Non si è buttato dentro l’incrocio in modo incosciente. Ha proprio sbagliato a calcolare i tempi. L’unico innocente è il bambino sul sedile posteriore. Ma pagherà anche lui.po
Ci sarebbe stato il tempo per rimediare, PRIMA. Ma a partire da un certo istante in poi le possibilità si sono coagulate, cristallizzandosi secondo linee che esistevano già prima ma che non necessariamente dovevano venire ad esistenza.
Per cui alla fin fine quello che il filmato ci insegna è qualcosa sul rapporto tra tempo, libertà e responsabilità

Cosa è il tempo? Quando hai un incidente stradale, HAI il tempo di vivere una serie di “riflessioni interrotte”: non hai il tempo di portare a termine il ragionamento, ma riesci a capire cosa sta per succedere, e riesci a intuire, più che “pensare” (se per pensare intendiamo quella sorta di “discussione con se stessi” di cui diceva Aristotele, e che ha bisogno di un minimo di tempo per essere portata a termine

“Se avessi avuto il tempo di frenare… Se avessi calcolato meglio la velocità”… ma entrambi i protagonisti HANNO AVUTO il tempo di fare tutto ciò: il giovanotto ha avuto il tempo di riflettere sulla velocità della sua automobile, e non l’ha fatto; il papà ha avuto il tempo di calcolare la sua immimmione, e non l’ha fatto o l’ha fatto male.
Tutto il senso della responabilità viene dal tempo, cioè dalla impossibilità di tornare indietro. In un mondo puramente meccanico (cioè senza il secondo principio della termodinamica) potrebbe non dover esistere il pentimento.

Due metafore

Uno dei modi per descrivere il senso di scorrimento, e insieme di vertigine e di svuotamento, dell’esistenza, è la metafora della cascata.
Noi siamo sull’orlo della cascata: dietro a noi il nulla, il baratro, davanti a noi l’acqua che scorre, che ci scorre incontro. Siamo sospesi su questo baratro e questo fluire.
Le cose non sono, fluiscono.

Altra metafora che mi è cara: l’uomo, la sua esperienza come gomitolo da dipanare. Avete mai provato a farlo? La dote che serve di più è la perseveranza, oltre che la pazienza: molteplicità di linee, non sempre (anzi quasi mai) rette; lunghi giri, profonde soste, molte deviazioni, tanti nodi.
Bisognerebbe descrivere una situazione concreta in tutte le molteplicità dei suoi rimandi e dei suoi significati. La descrizione della vita, fatta in questo modo, non porta al romanzo?

LA PORTA MAGICA

L’idea guida di questi appunti è il cosiddetto “effetto cornice”, ben noto nella Gestalteorie, per il quale una linea chiusa attorno a una immagine la isola e la separa dall’ambiente percettivo circostante
Io vorrei far presente che un effetto simile si verifica anche su tutti i tipi di schermo: televisione, computer, palmari, videogiochi, cinema.
L’ambiente in cui ci troviamo quando guardiamo uno schermo si trasforma necessariamente in “sfondo”, esattamente come quando concentriamo la nostra attenzione su un qualunque oggetto.
Il “gradiente percettivo” che si ha tra lo sfondo e ciò che è racchiuso nello schermo dota quest’ultimo di un “indice di realtà” che lo “fa essere” per così dire, in modo più intenso rispetto a ciò che semplicemente sussiste, in modo “disperso”, attorno a lui.
Quello che forse non è stato ancora notato è che questa dinamica percettiva elementare acquista un significato speciale quando ciò che è contenuto all’interno della cornice non è statico, come un quadro, ma è dinamico, come avviene appunto quando stiamo guardando lo schermo della televisione, di un computer o di un videogioco.
L’effetto cornice garantisce infatti ai contenuti che via via si manifestano sullo schermo un indice di realtà che si trasferisce dalla semplice “essere manifesto” del dato ai contenuti che vengono via via esplicitati. In altre parole la serie di immagini che appaiono sullo schermo non sono percepite come immagini, ma come mondo, separato e staccato dal mondo circostante.
Tra l’altro , questo implica anche la possibilità di alterare i ritmi temporali: tipico della TV è infatti un tempo molto più veloce del tempo “reale”.