Una parigina doc

Insomma, gli americani pensano solo a Parigi, quando pensano all’Europa

The Perfect Parisienne by Roger Vivier (Director´s Cut) 4K from Victor Claramunt on Vimeo.

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E’ un paese (anche) per vecchi

Io non credo che essere “vecchi” (diciamo essere sopra i cinquanta, per intenderci) sia poi un gran difetto per fare l’insegnante, a condizione che chi lo fa abbia continuato a studiare. Voglio dire, capisco che i giovani insegnanti possono essere più aggiornati su certi argomenti; ma lo sono solo perché, essendo venuti dopo, questi argomenti se li sono trovati già nel piatto che hanno preparato loro all’università. I vecchi hanno dalla loro l’espereizna, e l’esperienza conta, quando devi trasmetterla. Certo, sto partendo dall’ipotesi che certe dinamiche dell’esperinza umana non cambiano nel carso di tre o quattro decenni (almeno): soloa questa condizione la persona “matura” può insegnare qualcosa a gli uniors. Ma io sono convinto che più si scende nelle profondità della coscicenza umana, più le dinaeiche restano nel tempo e quindi un insegnante “vecchio” serve eccome!

 

Qualche ondina….

Il video è vecchio ma fa sempre impressione. Siamo nel mare del Nord, a circa 145 miglia a l largo di Aberdeen (Scozia). La piattaformaa di chiama Borgholm Dolphin . Lunga 108 metri e larga 67, è attiva dal 1975.

Anche questo non scherza. Siamo a capo San Vincenzo, la punta meridionale del Portogallo.

 

 

Sempre in portogallo, ma a nazaré. E qui sotto si spiega perché

 

O anche (sempre in portoghese, ma più carino)

 

Un problema vecchio come il mondo…

… o almeno come le democrazie greche del V secolo a.C.

Tutti i cittadini di uno stato sono automaticamente abilitati a gestire la cosa pubblica (dato che in fondo si tratta dei loro interessi, e si suppone che nessuno conosca i propri interessi meglio di se stesso) oppure no?

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/02/la-fine-della-competenza/

Lo studioso americano Tom Nichols propende per la seconda opzione, come Platone tanto tempo fa: il sapere è così specializzato che nessuno può conoscere tutto. Tutti dobbiamo fidarci delle competenze degli altri e la somma di queste competenze permette di raggiungere risultati altrimenti impossibili.

Ma Nichols estende in modo un po’ troppo meccanico il ragionamento anche alla “cosa pubblica”. Nessuno di noi persone normali saprebbe spiegare in modo adeguato il funzionamento del computer che sta usando in questo momento, e perciò ci dobbiamo tutti affidare agli esperti.

Ma quando si tratta di gestire la cosa pubblica, sembra molto più difficile accettare di “non sapere cosa vogliamo veramente” o almeno di “non sapere veramente qual è la cosa migliore per noi da fare”, e di conseguenza di doversi affidare ai supposti “esperti”.

Qui da noi in Italia, in effetti, le reiterate prove di incompetenza e di interesse privato date dai nostri governanti ci rende molto più scettici sulla necessità di affidarsi a questi “sedicenti esperti”: ma la conseguenza è la cacofonia del rumore di fondo su internet a livelli insopportabili.

Le donne e il lavoro

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/09/01/la-campania-la-sicilia-luoghi-comuni-donna-tre-la-casalinga

Se in tre regioni d’Italia, una donna su tre fa la casalinga, da un punto di vista economico qualcosa non funziona. Premessa: fare la casalinga, in sé, non è un male. Le scelte di vita stanno ai singoli e non c’è nessun giudizio di merito. Il problema si pone, semmai, se quella di dedicarsi esclusivamente ai lavori domestici non è una scelta. Ma una necessità legata alla cura dei figli, con asili nido che non ci sono o hanno costi superiori agli stipendi mensili. O al fatto di doversi prendere cura dei genitori anziani.

Numbers first, sempre. Quello che sta scritto in questo articolo del Sole 24 ore (che non fa che riprendere uno studio dell’Istat) non è nuovo: le donne del sud preferiscono stare a casa a curare i figli, in particolare le napoletane, le siciliane e le pugliesi. E’ quando si scorporano i dati che le cose sono interessanti: nella fascia di età da “mamma” ben il 70% delle signore rinuncia o comunque non va a lavorare fuori di casa. Scelta o necessità? Qui l’ISTAT e quindi il giornalista non si sbilanciano.

 

Su un libro di Paolo Crepet

Lo confesso, sono stato attratto dal disegno in copertina (una coppia di giovani in rosso che si baciano sullo sfondo di freddi casermoni blu) e dal titolo, Baciami senza rete. In realtà speravo che parlasse delle relazioni affettive dei giovani d’oggi, ovvero che fosse un invito a rischiare, a uscire dalla propria ipseità per incontrare l’Altro / Altra con il gesto più universale del mondo per dire “Ti amo”. Invece è una serie di banalità contro l’altra Rete, ovvero Internet.

Voglio precisare che ho preso il libro in prestito in biblioteca, e mai sono stato più contento di aver risparmiato 18 euro.

tutto sommato, questo libro ha una sua utilità: rappresenta un riassunto aggiornato delle banalità che una  persona moderatamente istruita può ripetere sulla Rete e le nuove tecnologie, dopo aver letto qua e là qualche articolo allarmato e allarmista.

La cosa più divertente è l’evidente contraddizione tra la tesi che Crepet vuole difendere e la forma che essa assume: ripete quasi a ogni pagina che l’uso della Rete e in genere delle nuove tecnologie istupidisce le persone, perché le priva del contatto col mondo reale, e le rende incapaci di svolgere quei compiti intellettuali che la sua (di Crepet) sapeva svolgere così bene, come per esempio leggere libri complessi (il suo esempio sono i libri di medicina di 3000-4000 pagine, per i quali “occorreva acquisire una particolare  forma mentis, dotata di una memoria prodigiosa e di una superba capacità d’attenzione”, caratteristiche queste non di un genio ma di una cervello “forgiato da anni di studio basato su tali qualità”, p. 37); e poi scrive un libro che è una semplice collazione paratattica di affermazioni e di esempi, senza alcuna argomentazione lunga più di due righe, in cui la fonte più autorevole citata è un articolo dell’Huffington Post.

Certo, sarebbe facile rispondere che si tratta di un libro scritto per venderlo, e per venderlo bisogna scriverlo in un modo adatto alla forma mentis del compratore: ma allora questo significa che il buon Crepet ha accettato di giocare con le regole che vorrebbe cambiare o almeno criticare.

Breve riflessione su un detto di Oscar Wilde

Il detto in questione suona più o meno così: “Non lasciarti coinvolgere in una discussione da un imbecille: ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.

Giustissimo. Ma il fatto è che questa è proprio la massima fatta propria, in modo istintivo, dall’imbecille in questione, il quale sa perfettamente che non può competere con una persona formata, istruita, che ha speso anni della sua vita a riflettere, che si tiene aggiornata sulle questini di attualità leggendo più di un quotidiano. L’imbecille, comportandosi in modo per niente imbecille, la butta sul livello in cui anche lui ha qualcosa da dire: la violenza verbale, l’insulto, il luogo comune… Venendo a mancare la correttezza del ragionamento e il fondamento  dell’argomentazione, conta solo la forza vitale con quale di difendono o si propongono le proprie posizioni (non voglio nemmeno chiamarle “tesi” perché ciò implicherebbe una scelta ponderata, un’idea, almeno una intuizione: tutte cose che ben difficilmente si ritrovano in un imbecille).

Per cui alla fine ci troviamo davanti al paradosso di un comportamento “intelligente” (nel senso che è finalizzato a ottenere in modo efficace il risultato desiderato, ossia la vittoria nel confronto dialettico) in una persona “non intelligente”.

Una storia da ricordare

Si, questa è una storia da ricordare e da consegnare alla memoria di chi verrà dopo di noi. Certamente scene simili si sono viste altre volte, sulle montagne al nord e al sud. Non ricordavo però che ci fosse un video così nitido, così chiaro nell’indicare la colonna dei soccorsi che si apre la strada a forza nella neve, verso l’albero di Rigopiano

 

Il posto era qui, per intenderci:

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e questo è quello che si vede su Google Earth / Maps ((che con tragica e burocratica ironia segnala che il locale è “CHIUSO”)

rigopiano-small

Tanti simboli, tanto dolore, tanta incredulità in questa storia.

 

 

Guardandomi indietro…

Quand’ero bambino non pensavo certo di fare l’insegnante. Vivevo in un paese della Bassa milanese, ero figlio di medici. A scuola avevo una maestra che adoravo; ho fatto in tempo a stare su banchi di legno massiccio, di quelli che si vedono nei film in bianco e nero, intarsiati da generazioni di temperini annoiati e irriverenti. Litigavo con i pennini in acciaio per realizzare i pieni e i vuoti delle lettere: la mia maggiore frustrazione era quando la punta si incastrava nella carta durante la fase di salita e, liberandosi di scatto, spruzzava una nuvoletta di goccioline dispettose che facevano apposta a rovinare tutto il mio lavoro. Con i trentatre miei compagni, tutti maschi, si dividevano le merendine e si faceva a botte. Ma non ricordo vera cattiveria, né qualcosa di simile alla lotta di classe, per quanto il Sessantotto incombesse. Giocavo con tutti, dal figlio dell’amica del cuore di mia mamma ai figli dei portinai della villetta tre numeri civici più in giù nella via. Quando ci incontravamo quasi sempre giocavamo con i soldatini o con i Lego. A casa a partire dai sei-sette anni leggevo tutto quello che trovavo nella libreria in salotto, dai gialli di Ellery Queen in su. Verso i dieci anni tentai perfino di leggere un libro polveroso che nessuno apriva mai, con su scritto «Sofocle». Non ci capii nulla e lasciai perdere dopo due pagine. A scuola, tuttavia, quando una delle pochissime supplenti mai viste alle elementari propose di fare il «gioco degli oggetti» e scelse improvvidamente me, come parola da far indovinare ai compagni pensai «abigeato». Non la conosceva nemmeno la maestra, e dopo non mi fecero più scegliere le parole. Il compagno successivo propose «cestino».
A casa la tata di famiglia, una solida contadina della Bassa che aveva fatto la mondina e la ostessa prima di arrivare da noi due settimane esatte prima che arrivassi anch’io, mi gridava di smetterla di stare sempre sui libri, che mi sarei cavato gli occhi, e di andare a giocare fuori. Avevamo un piccolo giardino, in effetti, che io e mia sorella esploravamo palmo a palmo tutti i giorni, arrampicandoci arditamente sugli alberi alti due metri e mezzo circa e rastrellando con cura tutto quello che attirava la nostra atttenzione. Io raccoglievo uccellini morti che sezionavo con un bisturi ormai non più affilato ottenuto da mio padre; collezionavo foglie secche; scendevo a rotta di collo, a circa 8 km/h, per un piccolo scivolo con una macchinina a pedali e poi su una specie di trampolino fatto con un asse sostenuta da un mattone, per provare l’ebbrezza del volo e dello scossone all’atterraggio. Una volta, verso gli otto anni, allagai la cantina per dimostrare che la pressione dell’acqua alla base di un fusto metallico (quello dell’olio Carli, per la precisione) era maggiore di quella in cima. Cose così, insomma. A scuola ci facevano imparare a memoria gli affluenti di sinistra e di destra del Po, in sequenza. Era un po’ noioso, ma tutto sommato riuscire a dimostrare che potevi ricordarli in fila era un gioco come un altro. I problemi di matematica erano molto più facili di quelli della Settimana Enigmistica, che mio padre mi spingeva a cercare di risolvere. Non ci riuscivo, e allora li facevamo insieme. Di pensare a fare in futuro l’insegnante, nemmeno il più piccolo sospetto.
Alle medie cambiò poco, tranne che la mia prof. di italiano, una bolognese che si vantava di essere stata un «angelo del fango» (dato che si era dimenticata di spiegarci cosa era successo a Firenze nel novembre del ’66, l’espressione mi era incomprensibile), sembrava pensare che nulla fosse merito mio ma che tutto dipendesse dal fatto che ero figlio di medici. All’epoca pensavo che da grande mi sarebbe piaciuto fare un giro del mondo in barca a vela, da solo, e lessi tutti i libri di Chichester e Moitessier. Ormai avevo fatto fuori tutta la libreria di casa, e non capivo perché i miei si facessero tanti problemi a scegliermi dei regali, quando ricevere un libro nuovo era la cosa che mi dava più piacere.
Al liceo mio padre mi mandò a fare il classico in una scuola privata cattolica a Milano. I miei, onestamente, mi chiesero cosa ne pensassi: ma a me andava bene qualsiasi cosa e salii sul Mortara-Milano delle sette e dieci pieno soprattutto di curiosità (non fu una sorpresa, perciò, scoprire molti anni dopo che quella linea ferroviaria è considerata una delle peggiori d’Italia). Al liceo, per la prima volta, non ero il primo della classe. In realtà non mi interessava molto: andavo comunque bene, e l’irritazione maggiore fu in quarta ginnasio quando il professore di italiano, greco, latino, storia, geografia e storia dell’arte (con lui passavamo anche cinque ore al giorno) mi mise «sette» in greco sulla prima pagella dopo che nel trimestre avevo preso tutti «nove» e «dieci». Giudicando la cosa adesso, fu ovviamente un gesto di grande saggezza.
Mi pesava invece il fatto di non riuscire ad avere veri amici, perché i miei compagni abitavano a Milano, tranne i pochi che venivano da fuori città ma non dal mio paese. Quindi passavo il mio tempo a studiare le cose di scuola; a leggere libri per conto mio, non ce la facevo più. L’impresa in quinta ginnasio, per tutti noi, fu di imparare a memoria il paradigma di circa 200 verbi irregolari greci (alcuni li ricordo ancora: su tutti, «pipto, pesumai, epeson, peptoka»). In terza liceo fui spedito, insieme al migliore della classe in latino, al «Certamen florentinum». Ci divertimmo molto, e non vincemmo nulla. Del fervore politico dell’epoca, niente filtrava fino a noi. Ricordo un’unica assemblea di istituto in cinque anni, subito dopo l’omicidio Moro. All’epoca fui così cinico da pensare, freddamente: «Uno di meno». Vale pentirsi quarant’anni dopo? Spero davvero di si. Comunque, di voler insegnare continuava a non esserci nemmeno il sospetto. Quando arrivò il momento di scegliere per il dopo liceo, furono guai. Con astratta determinazione passai in rassegna tutte le lettere dell’alfabeto dalla «A» di astronomia e astrofisica fino alla «Z» di zoologia, trovando interessante tutto (tranne forse giurisprudenza e chimica; ma intuivo che in realtà era colpa mia, dato che non le conoscevo abbastanza). Scelsi filosofia perché, dissi a me stesso e agli altri, mi permetteva di occuparmi in qualche modo ancora di tutte le altre cose. Cominciò immediatamente la processione di professori e amici dei miei che cercavano di farmi cambiare idea, con l’ovvia domanda: «Cosa farai? Come farai a guadagnarti il pane? C’è solo l’insegnamento, non vorrai mica fare quello, vero?» In effetti non volevo insegnare: semplicemente non sapevo cosa volevo fare. Perfino mio padre tentò, quasi per l’unica volta in vita sua, di farmi cambiare idea. Ero molto sorpreso da tutte queste ostilità, peraltro a loro volta più sorprese che determinate, e dovetti tener duro, almeno un pochino. Solo mia madre mi difese, per l’ultima volta che poté farlo.
In Cattolica a Milano fu uno spasso, almeno dal punto di vista dello studio. Mi piaceva proprio quello che stavo facendo e che mi facevano fare: e francamente non sentivo il bisogno di giustificarmi oltre. Al second’anno mi divertivo a fare domande difficili agli assistenti che tenevano i seminari, mettendoli in difficoltà davanti agli altri studenti. Io baravo, naturalmente: studiavo PRIMA della lezione i libri che avrei dovuto leggere DOPO la lezione. Era una cosa crudele e ingiusta, a ripensarci adesso: come sparare ai pesci in un barile. Ma di nuovo, siccome pensare di andare a insegnare non era all’ordine del giorno, non potevo nutrire nemmeno un embrione di spirito di corpo e di solidarietà con quei poveretti spediti dal loro prof a spiegare cose che non avevano mai studiato prima. Quanto a me, vagamente immaginavo che sarei potuto rimanere in Università, ma siccome nessuno mi aveva spiegato cosa avrei dovuto fare per ottenere quel risultato e io non l’avevo chiesto a nessuno, il tutto rimase sospeso nel nulla.
In cambio, verso la fine del corso si accese in me la nitida convinzione che tutto lo studio che avevo fatto sarebbe stato inutile se non l’avessi condiviso con gli altri. Fu proprio così: si formò la percezione chiara e netta che trasmettere, o almeno comunicare ad altri quello che avevo capito (o credevo di aver capito), era la cosa giusta e gratificante da fare. Tornai dal mio professore di tesi, che era noto per sistemare i suoi laureati nelle scuole private del milanese. Ma proprio in quel periodo lui si era messo in testa di fare politica; era diventato rettore, si era fatto eleggere al Parlamento europeo. Per farla breve, mi rise letteralmente in faccia e mi consigliò di cercarmi un posto per insegnare religione (già all’epoca infatti, per quanto possa sembrare strano alle nuove generazioni di colleghi, trovare un posto di insegnante era una cosa difficile, lunga e complicata). E così feci, ottenendo un posto in un ITIS. Fu la miglior esperienza sul campo che si potesse immaginare. Potere sugli studenti, zero. Possibilità di minacciarli in qualsiasi modo, zero. Libro di testo su cui fare affidamento, zero. Tutto doveva essere conquistato giorno dopo giorno, trovando argomenti validi, ogni volta, per ognuno dei ragazzi (praticamente miei coetanei) che mi dovevano sorbire una volta la settimana. Fu li che imparai che per insegnare bisogna mettersi in gioco sul serio e capii davvero che l’insegnamento è, nella sua essenza, un rapporto tra persone, a cui il resto fa contorno (certo, imparai anche una serie di trucchi del mestiere che poi mi sono serviti tutta la vita; ma anche questo era contorno, la cosa essenziale è sempre stata da allora riuscire a guardare negli occhi le persone che mi stavano davanti).
La mia vera, grande fortuna dal punto di vista professionale, quella su cui non ho alcun merito, è che feci in tempo a iscrivermi al secondo e ultimo concorso per posti a cattedra di quegli anni, quello dell’ 86. Cosa mi sarebbe successo se non fossi uscito questo concorso e se non l’avessi vinto, non riesco a immaginarlo. Comunque ci tengo a dire che fu gran parte merito di mia moglie (all’epoca eravamo ancora solo fidanzati) la quale tre giorni prima dello scritto mi disse: «Io leggerei questo» e mi passò un libro su Husserl e la crisi delle scienze europee. La traccia del concorso era: «Husserl e la crisi delle scienze europee» (tra parentesi, per i sei mesi successivi al concorso mi sono svegliato ogni notte in preda a incubi vari che ruotavano tutti indtorno alle prove scritte o orali e nei quali venivo regolarmente bocciato).
Il resto è storia, ancor meno interessante temo di quanto ho raccontato finora. Ho continuato a leggere e a studiare tutto quello che riuscivo, ho pubblicato i miei articoletti qua e là, sono diventato giornalista pubblicista, ho scritto un paio di libri che non c’entrano nulla con la filosofia ma parlano essenzialmente di mare. Soprattutto ho imparato a usare il computer per la scuola, e questo mi ha aiutato molto ad andare avanti: non sapevo nulla e dovevo imparare quasi tutto da solo. Una gran fatica e anche un gran tempo perso a trovare soluzioni che chiunque un po’ esperto mi avrebbe suggerito in tre secondi; molto divertente però. Un po’ come quando giocavo col Lego, con la differenza che adesso mi serve per lavorare. Poi è arrivato Internet, poi è arrivato Facebook; su FB ho incontrato Antonio; ed eccoci qua.