I missili coreani

Tutto è incerto, in Estremo Oriente. Se dovesse capitare qualcosa, sui libri di scuola del 2075 si leggerà, stupiti, che la minaccia di Kim-Jong-Un era evidente ed è stata sottovalutata dai governi occidentali fin quando non è stato troppo tardi per fermarlo. O forse no, è davvero solo tutto un bluff e per di più a solo uso e consumo interno. La storia però insegna che a scherzare col fuoco qualcuno finisce per scottarsi. Soprattutto quando da entrambi i lati di gioca d’azzardo, a un certo momento si oltrepassa, quasi senza accorgersene, il punto di non ritorno: e il patatrac è servito. Potrebbe essere un incidente di frontiera. Tipicamente, un aereo americano in oggettiva e non prevista avaria invade lo spazio aereo nord coreano: la contraerea regisce in modo automatico, l’aereo viene abbattuto, prima che si capisca cosa è successo dalla portaerei più vicina è partita una ritorsione – mirata e proporzionata, s’intende! – e una base missilistica puff! si trasforma una nuvola di fumo e cenere. I coreani si mettono a strillare di essere attaccati, qualche generale perde la testa e racconta al capo che sta per scattare l’invasione, Kim sa che non gli daranno una seconda occasione e lancia i missili. Da quel momento non c’è nulla che possa fermare Trump dalla ritorsione generale.

O magari no, sarà un aereo coreano a violare per sbaglio i confini con la Corea del Sud e verrà abbattuto dal missili aria-terra, alle tre del mattino. Kim dorme, il suo generale di stato maggiore vuol fare bella figura e lancia una salva di missili contro la batteria antiaerea. I missili vanno dove vogliono loro, oppure proprio in quella batteria c’era un contingente di marines: di nuovo Trump ordina una ritorsione (sempre mirata e proporzionata!) e Kim replica con i missili.

A proposito, ecco in teoria dove potrebbero arrivare a colpire (attenzione, quelli operativi sono gli unici che effettivamente, ora, sono da temere).

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Ancora sulle competenze (sperando di essere concreto)

  1. L’argomento è trito e ritrito, lo so. Tuttavia il fatto di parlarne aiuta, e forse pian piano le idee cominciano ad andare a fuoco.

Cosa sono in ultima analisi le competenze? Le competenze sono le conoscenze in azione. Mi sembra una definizione chiara ed efficace, che ha il merito di recuperare tutto il lato “tradizionale” di quanti lamentano la pardita dello studio a memoria e auspicano grandi sfalciate di bocciature (buon ultimo, oggi, Crepet torna sul tema) ma insieme di ricordare che “le conoscenze senza le competenze sono cieche, così come le competenze senza le conoscenze sono vuote”.

Un libro che tradisce le attese

Qualche tempo fa mi solo lasciato irretire da un libro dal titolo curioso: La filosofia di Topolino. Copertina azzurra col topo pensoso in evidenza, autore affidabile (Giulio Giorello,  carta economica ma piacevole al tatto, editore serio (Guanda): insomma, mi sono lasciato convincere a tirar fuori 17 euro. Tira e molla, l’ho letto solo questa estate.

LA FILOSOFIA DI TOPOLINO

Delusione tremenda.

Il libro  è una carrellata su una serie di avventure che vedono Topolino come protagonista. Si tratta per lo più di storie realizzate negli anni Trenta, presentate ciascuna come sfaccettature dello spirito scetticheggiante e inquisitivo del “topo Michele”. Semplici riassunti messi in fila uno dietro l’altro, qualche tavola d’antan qua e là.

Guardando meglio la copertina mi sono accorto che in piccolo, sotto il nome di Giorello, viene citata una tal Ilaria Cozzaglio, che temo sia la vera autrice del testo. Analisi comparata con altri fumetti? Zero. Analisi sociologica delle storie? Zero. Contestualizzazione della storia all’interno del flusso storico degli eventi? Minima, e ridotta alla banalità dei riferimenti alle potenze dell’Asse e alla scoperta della energia atomica. Tutto sempre detto in tono sciatto, senza prendere una posizione netta, senza sbilanciarsi.

Alla fine, la “filosofia” di Topolino è “la capacità di appiglio ai fatti che impedisce ai versi poetici o astrazioni matematiche di tramutarsi in puri giochi intellettuali, i quali rischiano sempre di tramutarsi in una sorta di prigione metafisica che sequestra coloro che vi credono”. Insomma il nostro topo è un seguace di un “sobrio empirismo, che non esclude ma si nutre di fantasia” (cfr Giorello, La filosofia di Topolino, p. 216).

E questo  è quanto. Si aggiunga un po’ di ironia e di paradosso (cit, pag. 217) e la capacità di “cogliere la diversità delle varie forme di vita” (cit. pag. 218), si mescoli bene e si serva al lettore.

Davvero poco.

 

[se invece volete una recensione decisamente più ottimistica, anche se è quasi solo una collazione di citazioni, potete leggere questa di Stefano Petruccioli]

Le donne e il lavoro

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/09/01/la-campania-la-sicilia-luoghi-comuni-donna-tre-la-casalinga

Se in tre regioni d’Italia, una donna su tre fa la casalinga, da un punto di vista economico qualcosa non funziona. Premessa: fare la casalinga, in sé, non è un male. Le scelte di vita stanno ai singoli e non c’è nessun giudizio di merito. Il problema si pone, semmai, se quella di dedicarsi esclusivamente ai lavori domestici non è una scelta. Ma una necessità legata alla cura dei figli, con asili nido che non ci sono o hanno costi superiori agli stipendi mensili. O al fatto di doversi prendere cura dei genitori anziani.

Numbers first, sempre. Quello che sta scritto in questo articolo del Sole 24 ore (che non fa che riprendere uno studio dell’Istat) non è nuovo: le donne del sud preferiscono stare a casa a curare i figli, in particolare le napoletane, le siciliane e le pugliesi. E’ quando si scorporano i dati che le cose sono interessanti: nella fascia di età da “mamma” ben il 70% delle signore rinuncia o comunque non va a lavorare fuori di casa. Scelta o necessità? Qui l’ISTAT e quindi il giornalista non si sbilanciano.

 

Su un libro di Paolo Crepet

Lo confesso, sono stato attratto dal disegno in copertina (una coppia di giovani in rosso che si baciano sullo sfondo di freddi casermoni blu) e dal titolo, Baciami senza rete. In realtà speravo che parlasse delle relazioni affettive dei giovani d’oggi, ovvero che fosse un invito a rischiare, a uscire dalla propria ipseità per incontrare l’Altro / Altra con il gesto più universale del mondo per dire “Ti amo”. Invece è una serie di banalità contro l’altra Rete, ovvero Internet.

Voglio precisare che ho preso il libro in prestito in biblioteca, e mai sono stato più contento di aver risparmiato 18 euro.

tutto sommato, questo libro ha una sua utilità: rappresenta un riassunto aggiornato delle banalità che una  persona moderatamente istruita può ripetere sulla Rete e le nuove tecnologie, dopo aver letto qua e là qualche articolo allarmato e allarmista.

La cosa più divertente è l’evidente contraddizione tra la tesi che Crepet vuole difendere e la forma che essa assume: ripete quasi a ogni pagina che l’uso della Rete e in genere delle nuove tecnologie istupidisce le persone, perché le priva del contatto col mondo reale, e le rende incapaci di svolgere quei compiti intellettuali che la sua (di Crepet) sapeva svolgere così bene, come per esempio leggere libri complessi (il suo esempio sono i libri di medicina di 3000-4000 pagine, per i quali “occorreva acquisire una particolare  forma mentis, dotata di una memoria prodigiosa e di una superba capacità d’attenzione”, caratteristiche queste non di un genio ma di una cervello “forgiato da anni di studio basato su tali qualità”, p. 37); e poi scrive un libro che è una semplice collazione paratattica di affermazioni e di esempi, senza alcuna argomentazione lunga più di due righe, in cui la fonte più autorevole citata è un articolo dell’Huffington Post.

Certo, sarebbe facile rispondere che si tratta di un libro scritto per venderlo, e per venderlo bisogna scriverlo in un modo adatto alla forma mentis del compratore: ma allora questo significa che il buon Crepet ha accettato di giocare con le regole che vorrebbe cambiare o almeno criticare.

Breve riflessione su un detto di Oscar Wilde

Il detto in questione suona più o meno così: “Non lasciarti coinvolgere in una discussione da un imbecille: ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.

Giustissimo. Ma il fatto è che questa è proprio la massima fatta propria, in modo istintivo, dall’imbecille in questione, il quale sa perfettamente che non può competere con una persona formata, istruita, che ha speso anni della sua vita a riflettere, che si tiene aggiornata sulle questini di attualità leggendo più di un quotidiano. L’imbecille, comportandosi in modo per niente imbecille, la butta sul livello in cui anche lui ha qualcosa da dire: la violenza verbale, l’insulto, il luogo comune… Venendo a mancare la correttezza del ragionamento e il fondamento  dell’argomentazione, conta solo la forza vitale con quale di difendono o si propongono le proprie posizioni (non voglio nemmeno chiamarle “tesi” perché ciò implicherebbe una scelta ponderata, un’idea, almeno una intuizione: tutte cose che ben difficilmente si ritrovano in un imbecille).

Per cui alla fine ci troviamo davanti al paradosso di un comportamento “intelligente” (nel senso che è finalizzato a ottenere in modo efficace il risultato desiderato, ossia la vittoria nel confronto dialettico) in una persona “non intelligente”.

Le strade di Roma come se fossero linee della metropolitana

Sasha Trubetskoy ha realizzato questa mappa  sta diventando giustamente famoso. Ma io chiedo: perché non ci ha pensato un italiano? Il suo lavoro è basato su questo sito: ORBIS.  Come si fa a spiegare storia romana senza usarlo? E indovinate un po’ chi l’ha fatto: una università italiana? un centro di ricerca di Roma? qualche bravo ricercatore napoletano? Esatto, signore e signori, esatto: nessuno di loro. L’hanno fatto due americani (gli americani!) a Standford, Walter Scheidel e Elijah Meeks. Poco mi consola notare che i cognomi sembrano alludere a origini europee. Si noti che il primo è un professore ordinario, ma il secondo lavora a Netflix. Noi cosa stiamo aspettando, si può sapere?

 

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Le tracce di storia agli esami di stato

Quella che segue è la classifica, in negativo, del successo del tema di storia negli ultimi anni. La classifica è stata stilata dall’ANSA e la trovate nella versione originale qui.

1.Anno 2010: Tema Storico, traccia sulle Foibe
Questa è stata l’opzione meno scelta tra le decine esaminate (tra analisi del testo, saggi brevi, temi di storia e d’attualità) dal 2007 a oggi: meno di 1 maturando su 100 – lo 0,6% – ha provato a svolgerla. Il ministro dell’Istruzione, come detto, era Mariastella Gelmini.

2. Anno 2013: Tema Storico, traccia sui Brics
Nel 2013, nell’esame targato Maria Chiara Carrozza, la traccia sui ‘Brics’ (le economie emergenti) spaventò così tanto gli studenti da non andare oltre l’1,3%, al secondo posto assoluto tra gli argomenti di maturità meno amati dai maturandi.

3. Anno 2011: Tema Storico, traccia sugli Anni ’70 e il secolo breve di Hobsbawn
Ancora una scelta di Mariastella Gelmini sul podio, con una traccia che non è piaciuta granché ai maturandi del 2011: gli ‘Anni ‘70’ e il secolo breve di Hobsbawm (tema storico) conquistarono l’1,4% degli studenti e si posiziona così sul terzo gradino della classifica.

4. Anno 2015: Tema Storico, traccia sulla Resistenza
Una traccia recente appena sotto il podio. Con Stefania Giannini al vertice di viale Trastevere, a non essere gradita fu la traccia sulla ‘Resistenza’ (sviluppata dal 2,5% dei ragazzi).

5 (ex aequo). Anno 2009: Tema Storico, traccia sull’Unità d’Italia
Torna Mariastella Gelmini in questa particolare classifica e torna il tema storico. L’argomento era il ‘150esimo anniversario dell’unità d’Italia’, per di più appena dopo le celebrazioni: è stato svolto dal 2,6% dei maturandi del 2009. Posizione occupata in coabitazione con l’analisi del testo della maturità 2007.

5 (ex aequo). Anno 2007: Analisi del Testo, traccia su Dante
Nel 2007 la traccia di analisi del testo – Opzione A – ha battuto il tema storico come traccia più “indigesta”. Il ministro era Giuseppe Fioroni e l’analisi dell’XI canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’ di Dante Alighieri raccolse i favori di appena il 2,6% dei maturandi. Così, oggi, divide questa poco onorevole piazza col tema storico della maturità 2009.

7. Anno 2014: Tema Storico, traccia sull’Europa del 1914 e del 2014
Il tema sulle differenze tra ‘l’Europa del 1914 e quella del 2014’ è stato svolto dal 3,8% dei maturandi. Non certo un numero alto per la traccia proposta dal ministro Giannini alla maturità del 2014, che si guadagna un posto di diritto in questa top ten.

 8. Anno 2012: Saggio breve storico – politico, traccia sul bene individuale e bene comune
Nel 2012, invece, troviamo il primo e unico argomento della traccia di Tipologia B (saggio breve o articolo di giornale) entrato di diritto in classifica: sotto il ministro Francesco Profumo la traccia di carattere storico politico – ‘Bene individuale e bene comune’ – si fermò al 4,1% di scelte.

9. Anno 2008: Tema Storico, traccia sulla condizione della donna nel ‘900
Mariastella Gelmini torna per l’ennesima volta con una traccia di tema storico che, stando ai dati, non ha incontrato i favori dei maturandi del 2008. Trattava della ‘condizione della donna’: 4,7% di preferenze.

10. Anno 2016: Analisi del testo, traccia su Umberto Eco
Al decimo posto, una vera sorpresa: la traccia della maturità 2016 per l’Analisi del Testo – il brano ‘Sulla letteratura’ di Umberto Eco, all’epoca scomparso da poco – ha registrato numeri piuttosto bassi (è stata svolta dal 6,2% dei maturandi). Un vero peccato, vista l’attualità dell’autore.