I missili coreani

Tutto è incerto, in Estremo Oriente. Se dovesse capitare qualcosa, sui libri di scuola del 2075 si leggerà, stupiti, che la minaccia di Kim-Jong-Un era evidente ed è stata sottovalutata dai governi occidentali fin quando non è stato troppo tardi per fermarlo. O forse no, è davvero solo tutto un bluff e per di più a solo uso e consumo interno. La storia però insegna che a scherzare col fuoco qualcuno finisce per scottarsi. Soprattutto quando da entrambi i lati di gioca d’azzardo, a un certo momento si oltrepassa, quasi senza accorgersene, il punto di non ritorno: e il patatrac è servito. Potrebbe essere un incidente di frontiera. Tipicamente, un aereo americano in oggettiva e non prevista avaria invade lo spazio aereo nord coreano: la contraerea regisce in modo automatico, l’aereo viene abbattuto, prima che si capisca cosa è successo dalla portaerei più vicina è partita una ritorsione – mirata e proporzionata, s’intende! – e una base missilistica puff! si trasforma una nuvola di fumo e cenere. I coreani si mettono a strillare di essere attaccati, qualche generale perde la testa e racconta al capo che sta per scattare l’invasione, Kim sa che non gli daranno una seconda occasione e lancia i missili. Da quel momento non c’è nulla che possa fermare Trump dalla ritorsione generale.

O magari no, sarà un aereo coreano a violare per sbaglio i confini con la Corea del Sud e verrà abbattuto dal missili aria-terra, alle tre del mattino. Kim dorme, il suo generale di stato maggiore vuol fare bella figura e lancia una salva di missili contro la batteria antiaerea. I missili vanno dove vogliono loro, oppure proprio in quella batteria c’era un contingente di marines: di nuovo Trump ordina una ritorsione (sempre mirata e proporzionata!) e Kim replica con i missili.

A proposito, ecco in teoria dove potrebbero arrivare a colpire (attenzione, quelli operativi sono gli unici che effettivamente, ora, sono da temere).

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L’Italia di oggi come l’Italia del Cinquecento?

“La società senza ordine sistemico, come scriveva il Censis più volte nelle
“Considerazioni generali” degli ultimi anni, ha cercato e trovato spazi di
sopravvivenza in un ambiente sconnesso, pieno di buchi e di difetti nella
trama strutturale, povera d’interconnessioni a rete fitta, ma via via più ricca
di interazioni deboli e a breve raggio.”

Così si legge oggi nel 51 Rapporto Censis. Colpisce il riferimento alle “interazioni deboli e a breve raggio”: mi ricorda molto l’analisi di Braudel sul commercio italiano del XVI secolo, una lettura alquanto diversa dalla vulgata scolastica per la quale il commercio italiano e mediterraneo venne spazzato via dal quello iberico e atlantico. In realtà, diceva Braudel, gli scambi nel Mediterraneo dell’età di Filippo II rimasero vivi ma ” con interazioni deboli e a breve raggio”.

Il guaio è che dopo il Cinquecento venne il Seicento e con esso, si, la vera retrocessione dell’Italia. Speriamo che la storia, questa volta, non si ripeta.

“Guerra” o “battaglia”?

Ieri una mia studentessa di terza linguistico, serissima, mi ha chiesto la differenza tra “battaglia” e “guerra”. Non mi stava prendendo in giro: me lo ha chiesto col tono di chi vuole risolvere una volta per tutto un dubbio che la tormenta. Devo dire che la domanda non mi ha colto di sorpresa. La microlingua del lessico militare è uno degli ambiti in cui le conoscenze dei ragazzi sono più scadenti: noto costantemente anche una confusione strutturale tra “flotta” ed “esercito”, “ammiraglio” e “generale”, e così via. Ma non volevo fare la solita geremiade sui bei tempi andati, quando queste cose non succedevano. Vorrei prima di tutto avere un feedback da tutti voi colleghi: anche voi registrate su questo specifico lessico delle particolari difficoltà? (per favore indicate l’ordine di scuola in cui insegnate). In seconda battuta: dov’è che li abbiamo persi? Ossia: dov’è che (empiricamente e direi quasi sperimantalmente) possiamo dire che le conoscenze lessicali dei nostri ragazzi restano indietro rispetto alle aspettative nostre di docenti (e quindi del sistema)? Ogni contributo è gradito..

Chi non conosce la storia ripete i suoi errori

Sto leggendo il libro di Crainz sulla storia  degli ultimi settant’anni in Italia (Guido Crainz, Storia della Repubblica, Donzelli editore).

Quello che mi colpisce profondamente è il fatto che negli anni Sessanta, anzi, nella seconda metà degli anni Cinquanta, si sentiva le stesse identiche lamentele sul cambiamento della stoicetà che si sensotno adesso: l’ansia del cambaimento unita alla minaccia della vuotezza di senso, la rottura dei vecchi solidi leegami di famiglia o di amizcizia in cambio di una vita vorticosa e superficiale. Ciò che innescava tutto era, naturalmente, la televisione.

A quanto pare, la nostra società ha già vissuto lo scontro e la rottura epistemologica legate all’irrompere di u nuovo medium: e non ha imparato nulla. Non si è vaccinata. Non ha imparato a evitare gli errori più marchiani e(viceversa)a sfruttare la massimo le opportunità. Perché? wppuew intellettuali e artististi scrivevano con grande lucidità su questi argomenti. è verò che noi adesso leggiamo queste cose attraverso il filtro dello stroco, cge SAPENDO come sarebbe andata a finire ha facile gioco a evidenziare proprio quei testi che, guarda caso, anticipavano le dinamche futura. Eppure resta il fatto che queste intuizion c’erano. Allora perchè abbiamo ripetuto, stiamo ripetendo, gli stessi errori?

 

Un problema vecchio come il mondo…

… o almeno come le democrazie greche del V secolo a.C.

Tutti i cittadini di uno stato sono automaticamente abilitati a gestire la cosa pubblica (dato che in fondo si tratta dei loro interessi, e si suppone che nessuno conosca i propri interessi meglio di se stesso) oppure no?

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/02/la-fine-della-competenza/

Lo studioso americano Tom Nichols propende per la seconda opzione, come Platone tanto tempo fa: il sapere è così specializzato che nessuno può conoscere tutto. Tutti dobbiamo fidarci delle competenze degli altri e la somma di queste competenze permette di raggiungere risultati altrimenti impossibili.

Ma Nichols estende in modo un po’ troppo meccanico il ragionamento anche alla “cosa pubblica”. Nessuno di noi persone normali saprebbe spiegare in modo adeguato il funzionamento del computer che sta usando in questo momento, e perciò ci dobbiamo tutti affidare agli esperti.

Ma quando si tratta di gestire la cosa pubblica, sembra molto più difficile accettare di “non sapere cosa vogliamo veramente” o almeno di “non sapere veramente qual è la cosa migliore per noi da fare”, e di conseguenza di doversi affidare ai supposti “esperti”.

Qui da noi in Italia, in effetti, le reiterate prove di incompetenza e di interesse privato date dai nostri governanti ci rende molto più scettici sulla necessità di affidarsi a questi “sedicenti esperti”: ma la conseguenza è la cacofonia del rumore di fondo su internet a livelli insopportabili.

Le strade di Roma come se fossero linee della metropolitana

Sasha Trubetskoy ha realizzato questa mappa  sta diventando giustamente famoso. Ma io chiedo: perché non ci ha pensato un italiano? Il suo lavoro è basato su questo sito: ORBIS.  Come si fa a spiegare storia romana senza usarlo? E indovinate un po’ chi l’ha fatto: una università italiana? un centro di ricerca di Roma? qualche bravo ricercatore napoletano? Esatto, signore e signori, esatto: nessuno di loro. L’hanno fatto due americani (gli americani!) a Standford, Walter Scheidel e Elijah Meeks. Poco mi consola notare che i cognomi sembrano alludere a origini europee. Si noti che il primo è un professore ordinario, ma il secondo lavora a Netflix. Noi cosa stiamo aspettando, si può sapere?

 

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