Il futuro è qui, e questo video in streaming lo dimostra!

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Didattica per competenze

Interessante presentazione sulla didattica per competenze
https://docs.google.com/presentation/d/e/2PACX-1vSWPU6a_o2yVhlrCFA3PcvQyQ08er-cLJsV9L8lDcDXQlWRBRxaQGzUMenzytyAcfDXzrPO7-pHUzO4/pub?start=false&loop=false&delayms=3000&slide=id.g35f391192_00

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Qualche ondina….


Il video è vecchio ma fa sempre impressione. Siamo nel mare del Nord, a circa 145 miglia a l largo di Aberdeen (Scozia). La piattaformaa di chiama Borgholm Dolphin . Lunga 108 metri e larga 67, è attiva dal 1975.


Anche questo non scherza. Siamo a capo San Vincenzo, la punta meridionale del Portogallo.

 

 

Sempre in portogallo, ma a nazaré. E qui sotto si spiega perché

 

O anche (sempre in portoghese, ma più carino)

 

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Un libro che tradisce le attese

Qualche tempo fa mi solo lasciato irretire da un libro dal titolo curioso: La filosofia di Topolino. Copertina azzurra col topo pensoso in evidenza, autore affidabile (Giulio Giorello,  carta economica ma piacevole al tatto, editore serio (Guanda): insomma, mi sono lasciato convincere a tirar fuori 17 euro. Tira e molla, l’ho letto solo questa estate.

LA FILOSOFIA DI TOPOLINO

Delusione tremenda.

Il libro  è una carrellata su una serie di avventure che vedono Topolino come protagonista. Si tratta per lo più di storie realizzate negli anni Trenta, presentate ciascuna come sfaccettature dello spirito scetticheggiante e inquisitivo del “topo Michele”. Semplici riassunti messi in fila uno dietro l’altro, qualche tavola d’antan qua e là.

Guardando meglio la copertina mi sono accorto che in piccolo, sotto il nome di Giorello, viene citata una tal Ilaria Cozzaglio, che temo sia la vera autrice del testo. Analisi comparata con altri fumetti? Zero. Analisi sociologica delle storie? Zero. Contestualizzazione della storia all’interno del flusso storico degli eventi? Minima, e ridotta alla banalità dei riferimenti alle potenze dell’Asse e alla scoperta della energia atomica. Tutto sempre detto in tono sciatto, senza prendere una posizione netta, senza sbilanciarsi.

Alla fine, la “filosofia” di Topolino è “la capacità di appiglio ai fatti che impedisce ai versi poetici o astrazioni matematiche di tramutarsi in puri giochi intellettuali, i quali rischiano sempre di tramutarsi in una sorta di prigione metafisica che sequestra coloro che vi credono”. Insomma il nostro topo è un seguace di un “sobrio empirismo, che non esclude ma si nutre di fantasia” (cfr Giorello, La filosofia di Topolino, p. 216).

E questo  è quanto. Si aggiunga un po’ di ironia e di paradosso (cit, pag. 217) e la capacità di “cogliere la diversità delle varie forme di vita” (cit. pag. 218), si mescoli bene e si serva al lettore.

Davvero poco.

 

[se invece volete una recensione decisamente più ottimistica, anche se è quasi solo una collazione di citazioni, potete leggere questa di Stefano Petruccioli]

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Un problema vecchio come il mondo…

… o almeno come le democrazie greche del V secolo a.C.

Tutti i cittadini di uno stato sono automaticamente abilitati a gestire la cosa pubblica (dato che in fondo si tratta dei loro interessi, e si suppone che nessuno conosca i propri interessi meglio di se stesso) oppure no?

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/02/la-fine-della-competenza/

Lo studioso americano Tom Nichols propende per la seconda opzione, come Platone tanto tempo fa: il sapere è così specializzato che nessuno può conoscere tutto. Tutti dobbiamo fidarci delle competenze degli altri e la somma di queste competenze permette di raggiungere risultati altrimenti impossibili.

Ma Nichols estende in modo un po’ troppo meccanico il ragionamento anche alla “cosa pubblica”. Nessuno di noi persone normali saprebbe spiegare in modo adeguato il funzionamento del computer che sta usando in questo momento, e perciò ci dobbiamo tutti affidare agli esperti.

Ma quando si tratta di gestire la cosa pubblica, sembra molto più difficile accettare di “non sapere cosa vogliamo veramente” o almeno di “non sapere veramente qual è la cosa migliore per noi da fare”, e di conseguenza di doversi affidare ai supposti “esperti”.

Qui da noi in Italia, in effetti, le reiterate prove di incompetenza e di interesse privato date dai nostri governanti ci rende molto più scettici sulla necessità di affidarsi a questi “sedicenti esperti”: ma la conseguenza è la cacofonia del rumore di fondo su internet a livelli insopportabili.

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Le donne e il lavoro

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/09/01/la-campania-la-sicilia-luoghi-comuni-donna-tre-la-casalinga

Se in tre regioni d’Italia, una donna su tre fa la casalinga, da un punto di vista economico qualcosa non funziona. Premessa: fare la casalinga, in sé, non è un male. Le scelte di vita stanno ai singoli e non c’è nessun giudizio di merito. Il problema si pone, semmai, se quella di dedicarsi esclusivamente ai lavori domestici non è una scelta. Ma una necessità legata alla cura dei figli, con asili nido che non ci sono o hanno costi superiori agli stipendi mensili. O al fatto di doversi prendere cura dei genitori anziani.

Numbers first, sempre. Quello che sta scritto in questo articolo del Sole 24 ore (che non fa che riprendere uno studio dell’Istat) non è nuovo: le donne del sud preferiscono stare a casa a curare i figli, in particolare le napoletane, le siciliane e le pugliesi. E’ quando si scorporano i dati che le cose sono interessanti: nella fascia di età da “mamma” ben il 70% delle signore rinuncia o comunque non va a lavorare fuori di casa. Scelta o necessità? Qui l’ISTAT e quindi il giornalista non si sbilanciano.

 

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Il Dossier di Legambente contro gli incendi

Link a Lega Ambiente

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Su un libro di Paolo Crepet

Lo confesso, sono stato attratto dal disegno in copertina (una coppia di giovani in rosso che si baciano sullo sfondo di freddi casermoni blu) e dal titolo, Baciami senza rete. In realtà speravo che parlasse delle relazioni affettive dei giovani d’oggi, ovvero che fosse un invito a rischiare, a uscire dalla propria ipseità per incontrare l’Altro / Altra con il gesto più universale del mondo per dire “Ti amo”. Invece è una serie di banalità contro l’altra Rete, ovvero Internet.

Voglio precisare che ho preso il libro in prestito in biblioteca, e mai sono stato più contento di aver risparmiato 18 euro.

tutto sommato, questo libro ha una sua utilità: rappresenta un riassunto aggiornato delle banalità che una  persona moderatamente istruita può ripetere sulla Rete e le nuove tecnologie, dopo aver letto qua e là qualche articolo allarmato e allarmista.

La cosa più divertente è l’evidente contraddizione tra la tesi che Crepet vuole difendere e la forma che essa assume: ripete quasi a ogni pagina che l’uso della Rete e in genere delle nuove tecnologie istupidisce le persone, perché le priva del contatto col mondo reale, e le rende incapaci di svolgere quei compiti intellettuali che la sua (di Crepet) sapeva svolgere così bene, come per esempio leggere libri complessi (il suo esempio sono i libri di medicina di 3000-4000 pagine, per i quali “occorreva acquisire una particolare  forma mentis, dotata di una memoria prodigiosa e di una superba capacità d’attenzione”, caratteristiche queste non di un genio ma di una cervello “forgiato da anni di studio basato su tali qualità”, p. 37); e poi scrive un libro che è una semplice collazione paratattica di affermazioni e di esempi, senza alcuna argomentazione lunga più di due righe, in cui la fonte più autorevole citata è un articolo dell’Huffington Post.

Certo, sarebbe facile rispondere che si tratta di un libro scritto per venderlo, e per venderlo bisogna scriverlo in un modo adatto alla forma mentis del compratore: ma allora questo significa che il buon Crepet ha accettato di giocare con le regole che vorrebbe cambiare o almeno criticare.

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Breve riflessione su un detto di Oscar Wilde

Il detto in questione suona più o meno così: “Non lasciarti coinvolgere in una discussione da un imbecille: ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.

Giustissimo. Ma il fatto è che questa è proprio la massima fatta propria, in modo istintivo, dall’imbecille in questione, il quale sa perfettamente che non può competere con una persona formata, istruita, che ha speso anni della sua vita a riflettere, che si tiene aggiornata sulle questini di attualità leggendo più di un quotidiano. L’imbecille, comportandosi in modo per niente imbecille, la butta sul livello in cui anche lui ha qualcosa da dire: la violenza verbale, l’insulto, il luogo comune… Venendo a mancare la correttezza del ragionamento e il fondamento  dell’argomentazione, conta solo la forza vitale con quale di difendono o si propongono le proprie posizioni (non voglio nemmeno chiamarle “tesi” perché ciò implicherebbe una scelta ponderata, un’idea, almeno una intuizione: tutte cose che ben difficilmente si ritrovano in un imbecille).

Per cui alla fine ci troviamo davanti al paradosso di un comportamento “intelligente” (nel senso che è finalizzato a ottenere in modo efficace il risultato desiderato, ossia la vittoria nel confronto dialettico) in una persona “non intelligente”.

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Se i ragazzi italiani non sanno l’italiano

Se i ragazzi italiani non sanno l’italiano

Secondo l’indagine Pisa, sono uno su cinque. Luca Serianni: “Drammatico divario Nord – Sud”

di SIMONETTA FIORI

26 febbraio 2014

Immaginiamo una festa con un centinaio di studenti, tutti del secondo anno delle superiori. Venti di loro non sanno l’italiano.
No, non è una festa cosmopolita con quindicenni che arrivano da tutto il mondo. Si tratta di adolescenti italiani, un quinto dei quali ha problemi con la lingua madre. Un dato evidenziato dalle ultime rilevazioni Pisa, ma curiosamente passato sotto silenzio (si tratta dell’indagine internazionale promossa dall’Ocse per valutare il livello di istruzione degli adolescenti dei principali paesi industrializzati). Naturalmente il fenomeno non è uniforme sul piano geografico e sociale. “È drammatica la distanza tra i licei del Nord-Est e gli istituti professionali del Mezzogiorno”, dice Luca Serianni, insigne storico della lingua e autore di saggi sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole (L’ora d’italianoeLeggere scrivere argomentare, entrambi pubblicati da Laterza; e con Giuseppe Benedetti Scritti sui banchi, Carocci). Ma cosa significa non sapere l’italiano? Serianni pesca tra i quotidiani degli ultimi giorni. “Alla fine delle scuole superiori un ragazzo dovrebbe essere in grado di capire un articolo di fondo”.

E invece?
“E invece molti arretrano davanti alle prime parole astratte. Parole come “esimere” o “desumere”, che sono mattoni fondamentali per la costruzione di un discorso argomentativo. O parole meno usuali come “facezie”, che possono dare alla frase una connotazione ironica. O, guardi qua, “deflagrante” e “propedeutico”: chi può capirlo? Per non dire di “pàupulo”: si tratta del verso del pavone, ma ho dovuto consultare il vocabolario anche io”.

Sta dicendo che i giornalisti dovrebbero scrivere in modo più chiaro?
“No, i giornali offrono una pluralità di registri linguistici che tutti i diciottenni scolarizzati dovrebbero essere in grado di padroneggiare. Ciò significherebbe molte cose. Essere informati su argomenti ritenuti essenziali. Individuare una linea dell’articolista ed eventualmente dissentirne. Cogliere le risorse espressive messe in atto da chi scrive: paradosso, satira, indignazione”.

In realtà i test Pisa sono meno impegnativi di un editoriale. Prendiamo la tabella sul vaccino contro l’influenza: non richiede finezze interpretative.
“Sì, si tratta di un testo trasparente, con poche subordinate e nessuna parola desueta. È preoccupante che non l’abbia capito tra il 33 e il 40 per cento dei quindicenni meridionali. Forse gioca anche il fattore dell’ansia, comprensibile in ragazzi alle prese con i test”.

Qual è il problema più grave nell’italiano scritto degli adolescenti?
“Il deficit principale non è l’ortografia, su cui la scuola insiste molto. Un problema ricorrente è la violazione della coerenza testuale, che è poi l’incapacità di argomentare gerarchizzando le questioni trattate. Anche nei temi di intonazione intimistica sorprendono le frasi prive di senso compiuto. Mi viene in mente il tema di un’alunna quattordicenne di un liceo pedagogico. “Noi ragazze siamo molto diverse dai maschi… perché noi cerchiamo sempre l’abbraccio, il bacetto che ci fa sentire al sicuro da tutte le cose che ci sembrano brutte. Al contrario i maschi…” e qui mi sarei aspettato: “sono insensibili”, “pensano soprattutto al sesso”. Niente di tutto questo. “Al contrario i maschi cercano di dare il meglio di loro, ma alla fine non ci riescono”. La ricostruzione dello specifico maschile s’è perdutaper strada…”.

Forse si può intuire, ma certo è detta male.
“Le cose certo non migliorano con i temi su questioni sociali. Questa volta siamo in una quarta ginnasio, alle prese con un tema su “L’uomo e l’ambiente”. Scrive un ragazzo: “Secondo me si dovrebbe fare la macchina ad acqua ed elettricità per guarire l’ambiente, ma è solo che i politici non vogliono, perché finché c’è il petrolio che è l’unica fonte di energia esistente e la più sfruttata”. Lasciamo perdere tutti gli errori sintattici e lessicali. Quel che davvero non va è la storia della macchina ad acqua, con il facile qualunquismo contro la politica. Siamo sicuri che, diventato adulto, il nostro ragazzetto non sarà tra quelli pronti a giurare sul metodo Stamina?”.

Ma in questo caso la lingua è solo parte del problema.
“È una parte essenziale. Conoscere la propria lingua  –  per tornare alla domanda iniziale  –  significa padronanza del ragionamento e delle risorse espressive più adeguate per illustrarlo. Tenga conto che un bambino italofono si affaccia alla scuola elementare con un dotazione di 2000 parole, che sono quelle che ti permettono di sopravvivere: il 90 per cento dei discorsi prodotti comunemente dagli adulti. Alla fine della scuola dell’obbligo, questo patrimonio dovrebbe esseremolto più ricco”.

Cosa non va nell’insegnamento dell’italiano a scuola?
“Si insiste troppo sulla teoria grammaticale, specie nella scuola media e nel biennio. Talvolta si sfiora l’ossessione su nozioni di analisi logica del tutto inutili: è davvero fondamentale distinguere il complemento di compagnia dal complemento d’unione? Bisognerebbe soffermarsi di più sulla componente semantica, permettendo in questo modo di affinare la padronanza lessicale. E poi scrivere bene implica leggere bene. E leggere bene significa andare oltre il testo letterario, che pure io amo molto”.

Più saggistica e meno Dante?
“Dante è fondamentale, ma nel triennio delle superiori bisognerebbe leggere anche una rivista come Limes, ossia articoli di geopolitica e sociologia, storia economica e storia della scienza. Brani che possano offrire modelli di organizzazione linguistica del pensiero complesso. Paradossalmente questa operazione è più facile negli istituti tecnici che non nei licei, in cui è tuttora centrale il percorso letterario, com’è giusto che sia. Mi rendo conto che rinnovare l’impostazione didattica nelle quattro ore del triennio liceale è alquanto difficile “.

Ma l’italiano si può studiare con metodi mutuati dall’apprendimento di lingue straniere?
“In qualche caso sì. Mi è capitato di proporre esercizi in cui si richiede allo studente di integrare il testo con la parola mancante, oppure di individuare l’intruso secondo le modalità dell’enigmistica. Alcuni vocaboli sono davvero stranieri nell’orizzonte lin-guistico e culturale di un adolescente. Se prendo un vecchio scritto di Tommaso Padoa Schioppa, m’imbatto in parole come “lapidario”, “antinomia”, “conscio”, “blandire”, “anoma-lo”, “convenzione”. Forse bisognerebbe scegliere un elenco diparole da salvare, proponendole ai ragazzi come si fa con i vocaboli di un’altra lingua”.

Siamo già a un livello avanzato.
“Sì, prima occorrerebbe cimentarsi con esercizi più pedestri. Come il riassunto, genere cheprediligo: verifica la comprensione, educa alla sintesi correggendo la tendenza alla verbosità e aiuta a selezionare le notizie più importanti. La sua pratica andrebbe estesa oltre la scuola media. Ed è più utile del tema generico, come l’esempio che le ho appena fatto sull’inquinamento: anche io in quei casi non saprei cosa scrivere, se non ovvietà sostenute con fervore retorico. E per la correzione, suggerirei ai professori anche la matita verde “.

Nel senso?
“Va bene il rosso e il blu, ma evidenzierei con il verde la scrittura più espressiva e meno scontata. Anche per evitare di trasformare il compito in un camposanto pieno di croci”.

I nostri adolescenti hanno problemi con l’italiano pur essendo costantemente immersi nella scrittura dei social network. Certo, si tratta di una lingua diversa.
“Diciamo che è un italiano diverso da quello argomentativo. È però sempre un aspetto di scrittura, che non interferisce con l’altro codice. Sicuramente non fa danno. E favorisce il gioco di parola, che è pur sempre un esercizio linguistico”.

In un libro recente Si dice? Non si dice? Dipende Silverio Novelli teorizza un italiano tridimensionale: quello del sì (bisogna dire così, facciamocene una ragione), quello del no (così è vietato), e quello del “dipende” (territorio immenso che include il digitale).
“Nessuno di noi parla o scrive sempre la stessa lingua. Quando faccio lezione non dico mai “chi se ne frega”, cosa che mi capita di dire a casa. Anche se i miei studenti  –  beata ingenuità  –  ritengono che sia un’ipotesi del tutto impensabile”.

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