Giusto!

Conosciamo noi stessi solo fin dove siamo stati messi alla prova.
W. Szymborska

(grazie a Nicoletta Vitali)

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Ancora sulle competenze (sperando di essere concreto)

  1. L’argomento è trito e ritrito, lo so. Tuttavia il fatto di parlarne aiuta, e forse pian piano le idee cominciano ad andare a fuoco.

Cosa sono in ultima analisi le competenze? Le competenze sono le conoscenze in azione. Mi sembra una definizione chiara ed efficace, che ha il merito di recuperare tutto il lato “tradizionale” di quanti lamentano la pardita dello studio a memoria e auspicano grandi sfalciate di bocciature (buon ultimo, oggi, Crepet torna sul tema) ma insieme di ricordare che “le conoscenze senza le competenze sono cieche, così come le competenze senza le conoscenze sono vuote”.

Chi non conosce la storia ripete i suoi errori

Sto leggendo il libro di Crainz sulla storia  degli ultimi settant’anni in Italia (Guido Crainz, Storia della Repubblica, Donzelli editore).

Quello che mi colpisce profondamente è il fatto che negli anni Sessanta, anzi, nella seconda metà degli anni Cinquanta, si sentiva le stesse identiche lamentele sul cambiamento della stoicetà che si sensotno adesso: l’ansia del cambaimento unita alla minaccia della vuotezza di senso, la rottura dei vecchi solidi leegami di famiglia o di amizcizia in cambio di una vita vorticosa e superficiale. Ciò che innescava tutto era, naturalmente, la televisione.

A quanto pare, la nostra società ha già vissuto lo scontro e la rottura epistemologica legate all’irrompere di u nuovo medium: e non ha imparato nulla. Non si è vaccinata. Non ha imparato a evitare gli errori più marchiani e(viceversa)a sfruttare la massimo le opportunità. Perché? wppuew intellettuali e artististi scrivevano con grande lucidità su questi argomenti. è verò che noi adesso leggiamo queste cose attraverso il filtro dello stroco, cge SAPENDO come sarebbe andata a finire ha facile gioco a evidenziare proprio quei testi che, guarda caso, anticipavano le dinamche futura. Eppure resta il fatto che queste intuizion c’erano. Allora perchè abbiamo ripetuto, stiamo ripetendo, gli stessi errori?

 

E’ un paese (anche) per vecchi

Io non credo che essere “vecchi” (diciamo essere sopra i cinquanta, per intenderci) sia poi un gran difetto per fare l’insegnante, a condizione che chi lo fa abbia continuato a studiare. Voglio dire, capisco che i giovani insegnanti possono essere più aggiornati su certi argomenti; ma lo sono solo perché, essendo venuti dopo, questi argomenti se li sono trovati già nel piatto che hanno preparato loro all’università. I vecchi hanno dalla loro l’espereizna, e l’esperienza conta, quando devi trasmetterla. Certo, sto partendo dall’ipotesi che certe dinamiche dell’esperinza umana non cambiano nel carso di tre o quattro decenni (almeno): soloa questa condizione la persona “matura” può insegnare qualcosa a gli uniors. Ma io sono convinto che più si scende nelle profondità della coscicenza umana, più le dinaeiche restano nel tempo e quindi un insegnante “vecchio” serve eccome!